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una vita non basta

Ho scolpito sulla pelle che chi piange riderà

Flixbus

Oggi vorrei esprimere un mio personale parere su un argomento oggetto di discussione in questi giorni nei vari TG. Sarò semplice e schematico, breve e conciso.

Per far questo chiedo aiuto al buon Wikipedia: Flixbus, reso graficamente come FlixBus, è una società di autobus extra-urbani che effettua servizi di trasporto low-cost in tutta Europa…”

Pare che si tratti di un servizio economico, puntuale, comodo, che va a potenziare la crescente domanda di trasporti per quelle determinate tratte, e, cosa non meno importante, che tiene in gran conto il fattore sicurezza su strada. O almeno così si sono espresse tutte le persone intervistate che ne fanno uso e che ne sono soddisfatte. Attenzione, questo è importante, lo sottolineo, “che ne fanno uso”.

Ora, a quanto pare all’interno del decreto milleproroghe, che comunque ancora non ha fatto arrabbiare nessuno né ha suscitato una benché minima polemica (sarcasmo), proprio alla fine è stato aggiunto un articoletto che, a detta degli interessati, è stato studiato e inserito soltanto per rendere illegale tale servizio. Tutto ciò, sempre secondo  gli stessi interessati,  per proteggere gli interessi di altre compagnie di trasporti.

Ora, io non lo so se questo sia vero o no,  penso soltanto che sia il normale iter delle vicende di questo paese dove tutto ciò che funziona  bene ma dà fastidio  va eliminato. Si chiama progresso!

#RitornoalLICEO pt.7 – Celine Dion e amori in lingua francese

La nostra professoressa di francese era davvero simpatica oltre che brava ma aveva anche il difetto di interessarsi troppo alle vite sentimentali dei suoi alunni. Vanni era piuttosto bravo in francese ma per ben tre anni non rivolse mai la parola alla professoressa, se non ricordo male non fu neanche mai interrogato, e tutto questo solo perché si offese quando, durante una lezione al secondo anno, lei osò chiedergli se fosse fidanzato. Una battutina davvero carina, buttata lì senza malizia e nemmeno gratuitamente. Lui però mutò di colpo atteggiamento e si rinchiuse in un silenzio di protesta. Una lunga guerra silenziosa.

Dal quarto anno di liceo in poi le cose iniziarono a migliorare. Vanni cominciò a rivolgere la parola all’insegnante ma solo raramente e in occasioni a lui vantaggiose. Conoscendo la natura curiosa della prof, a volte, durante una lezione, improvvisamente si animava e senza chiedere il permesso di potere intervenire esordiva dicendo: “Professoressa lo sa che TIZIO si è fatto fidanzato?” per poi ricadere nel suo mutismo selettivo. L’obiettivo era però sempre raggiunto perché la professoressa  interrompeva immediatamente la spiegazione e concentrando tutte le sue attenzioni su TIZIO, che nel 99% dei casi ero io, dava inizio ad un vero e proprio interrogatorio portato avanti con un atteggiamento quasi materno scatenando anche la curiosità delle mie compagne. Non era mai vero niente ma lui si divertiva così, e inoltre gli eravamo grati perchè svolgeva anche la pubblica funzione di far in pratica saltare l’ora, anche se a pagarne le spese ero solo io che a quei tempi ero piuttosto, direi fin troppo, timido e impacciato.
Questo scherzetto mi costò una volta anche una lunga linea a penna tirata su per tutta la lunghezza del mio braccio, ma questa è un’altra storia.

Un giorno la stessa professoressa, se non sbaglio al terzo anno, portò in classe uno stereo ed una cassetta di Celine Dion. Con la scusa di imparare il francese in maniera nuova e divertente, cosa che era anche vera, ci fece ascoltare la canzone Pour que tu m’aimes ancore. Vi dirò, una bella canzone, romanticissima ma bella. Le ragazze se ne innamorarono alla follia, noi maschietti reggemmo il gioco, fatto sta che in quell’ora consumammo quel tratto di nastro per tutte le volte che ascoltammo la canzone. Per non parlare dei giorni seguenti e dell’intero anno scolastico. Ci fu pure chi acquistò il cd.
Quella canzone è presente oggi all’interno della mia compilation di musica varia che tengo in auto dentro una pen-drive. La ascolto ancora con gran piacere, ci sono molto affezionato.

La misura è colma

La misura è colma.

La giornata di oggi è il termometro della pazienza ormai esaurita degli italiani.

I tassisti e gli ambulanti che bloccano Roma e assediano la sede del PD.

Ma soprattutto la performance di Pif che ha sfidato personalmente Crocetta a singolar tenzone pretendendo il rispetto dei diritti dei disabili ed evidenziando lo schifo di questa politica che pensa solo ad arricchirsi affossando sempre di più la gente.

Vi invito a vedere i video (sono più di uno) di questo confronto, si trovano facilmente in rete e sui social, ne vale davvero la pena.

Purtroppo di Pif ce ne sono pochi, di Miccichè molti, moltissimi purtroppo, e le inchieste TV non riescono a sviscerare tutto. Spero però che questa sia  solo la miccia di una bomba di indignazione e di voglia di legalità.

Abbiamo tutti il dovere di far rispettare i nostri diritti e di mascherare il losco di questi farabutti, solo così possiamo  sperare in un futuro migliore.

Grazie Pif

Episodio 23 – Una mamma difficile

“Ragazzi non riesco a raggiungervi, ci vediamo domani in ufficio.”

Lucia mandò un messaggio su Whatsapp a Matòs sperando che lui non rispondesse, cosa che invece fece dopo neanche un minuto:

“Ehi… Ci bidoni per il bel dottorino eh? Va bene, a domani, eh.. Divertiti…”

A Lucia parve che Matòs non fosse minimante infastidito per avergli dato buca, ma lasciò correre, non era tempo di preoccuparsi del proprio ego, non poteva e non voleva, e poi tutta quella confidenza che lui aveva preso in così poco tempo non le faceva poi tanto piacere, la infastidiva un po’ in realtà.

“Senti Ferenc, possiamo andare da lei? Adesso intendo.”

“Si… Non so se è il caso vista l’ora, però se proprio vuoi possiamo provarci”

La sua espressione non lasciava trasparire nulla di buono. Lui era un dottore affermato, era in grado di vivere con distacco le malattie dei pazienti, sicuramente sarebbe riuscito ad essere professionale anche in questo caso, anche adesso che la paziente era sua mamma.

“Vieni prendiamo la mia macchina, così arriveremo prima.”

Il percorso in macchina fu particolarmente imbarazzante. Ferenc non proferiva  parola e Lucia iniziò a pensare di essere stata fuori luogo con quella richiesta, pensò “Per me è solo una signora tanto dolce quanto simpatica, non siamo legate a doppio filo da nulla, chissà come mai me la sono presa tanto a cuore…certo che vederlo così triste…”

“Ehi…Mi racconti un tuo ricordo da bambino?”

“Perché mi fai questa domanda?”

“Perché quando sono triste vado a ricercare nella memoria un momento che mi ha reso felice, così solo per non dimenticare mai la sensazione che si vive quando si sta bene, quando siamo circondati dalle persone che ci amano.”

“Lucia, non so se la mamma supererà le quarantotto ore. La situazione è compromessa, l’ictus è stato davvero forte, la sua salute è precaria. Sono un medico, riesco a vedere la situazione in modo razionale. Fa male, ma la morte è parte integrante della vita…Sai perché ti sto portando da lei?”

“Beh,  te l’ho chiesto io… Forse perché… No non lo so…”

“Da quando vi siete incontrate mi ha parlato spesso di te, penso che abbia visto in te la figlia che non ha mai avuto ma che ha sempre desiderato. Da giovane, quando io ero ancora piccolo, la mamma ha avuto un esaurimento. Per un periodo di tempo, prima che gli ospedali diventassero parte integrante della sua giornata, si era convinta che io fossi una femmina, così mi vestiva da bambina, voleva che io mi comportassi da tale, non mi faceva giocare con gli amici a pallone…Ho solo un vago ricordo di quel periodo. Mia zia, la sorella di mia mamma, mi è stata accanto. Ricordo che per un periodo di tempo andai a vivere con lei ed i miei cugini mentre mio padre si occupava di mamma facendo spola tra le varie cliniche. Ci mise del tempo a riprendersi. Io ormai ero cresciuto ed in me si fece sempre più forte la convinzione che sì, da grande avrei fatto il dottore per curare le sofferenze degli altri. Ripeto, non mi ricordo molto ma so che inconsciamente quel periodo mi ha segnato per sempre.”

Erano giunti in ospedale e scesero dalla macchina, “Su forza entriamo.”

“Dottore, buonasera…”

Uno stuolo di infermiere  e dottorandi  accolsero il medico con grande reverenza, ma Lucia notò anche un pizzico di  compassione, sicuramente per via di quella situazione delicata.  Era il modo per fargli sentire la loro vicinanza. Dovevano volergli molto bene.

La clinica era ben tenuta,  ricca di decorazioni, non odorava di disinfettante, i muri non erano di quel verde tipico degli ospedali ma esplodevano dei vivaci colori dell’arcobaleno.  Non pensava che avrebbe potuto mai vedere cose del genere.

“Vieni Lucia, di qua…”

Entrarono in stanza. Una serie di tubi circondavano il viso della signora. Gli occhi chiusi ed i macchinari accanto al letto riportarono Lucia alla realtà. Si avvicinò e le prese la mano, accarezzandola sussurrando le disse:

“Signora, sono Lucia, si ricorda? Ci siamo conosciuti in aereo.”

Una debole stretta comunicò a Lucia che si, la signora l’aveva sentita e l’aveva riconosciuta, e Lucia si convinse che era felice di rivederla. Poi alzò gli occhi e si accorse che anche il sig. Nemecsek era lì, seduto in un angolo, angosciato,  a vegliare sulla moglie. Si avvicinò e lo abbracciò.

“Siamo qui, in attesa… Ferenc continua a dire di farmi forza, che lei non ce la farà, ma io ci spero ancora. Mia moglie ha avuto parecchi problemi di salute e li abbiamo sempre superati insieme, non voglio credere che non ce la faremo anche questa volta. Mio figlio è più duro,  ha un carattere molto simile a quello della madre, ha anche sofferto molto per il loro rapporto…io… io lo capisco.. però io…”

Lucia gli asciugò le lacrime, lo rincuorò e lo abbracciò per poi dirigersi verso l’uscita. Ferenc aveva assistito alla scena ma si era dileguato verso il corridoio prima che lei si voltasse verso di lui. Lucia lo trovò lì, mentre fumava pensieroso alla finestra.

“Eccoti, ti ho trovato… Certo che un dottore con la sigaretta tra le mani, stoni eh…Non entri? Non credi di essere nel posto sbagliato?”

“Facile per te. Mio padre ti ha convinta eh? Sono la pecora nera, quello che non fa altro che sbagliare.. La persona che mi ha fatto da madre è mia zia… Io considero lei come madre, non quella donna che…”

Una lacrima fece capolino su quei lineamenti duri.

“E’ inutile che fai il duro, fa male anche a te. Avrai pure sofferto in passato, puoi avere mille ragioni, ma lei è tua madre, la persona che ti ha messo al mondo, e tu non riesci a fregarmi, si vede lontano un miglio quanto stai soffrendo per lei, su dai, torna dentro.”

Ferenc  cominciò a singhiozzare, pronunciò qualcosa  di incomprensibile, ma prima di ripetere la frase in maniera chiara venne chiamato dall’infermiera giunta trafelata. Era molto agitata.

“Dottore!! Venga!”

Un rantolo, e la signora abbandonò ogni forza, i due uomini in piedi ai lati del letto le fecero una carezza.

“Addio mamma”

“Addio amore mio…”

Scritto in collaborazione con Marta Vitali di Pensieri Loquaci

Anche su Wattpad!

Da ieri il racconto a episodi con protagonista Lucia scritto da me e Marta è approdato anche su Wattpad, una piattaforma di condivisione di testi.

Per l’occasione la storia  ha finalmente ottenuto una copertina ma soprattutto un titolo:

#HCiL (Haute Couture in Love 2.0)

Seguiteci e leggeteci anche lì quindi, il nostro nickname comune è “bloggati”.

Sulla stessa piattaforma potrete trovare anche il mio profilo personale: “Neogrigio” con il primo racconto breve della raccolta Racconti oltre coscienza.

Un buon weekend a tutti

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Ooops I did it again!!!

Niente, ci sono ricascato!

Tempo fa avevo promesso a me stesso che non avrei più acquistato libri. Era, ed è ancora, mia intenzione infatti rileggere quelli già in possesso, al momento dimenticati e impolverati sulle varie mensole. Purtroppo però non ho resistito alla tentazione!

Vi presento quindi i miei ultimi quattro acquisti:

  • Alice nel paese delle meraviglie – Carroll
  • Tropico del Cancro – H. Miller
  • Cattedrale – Carver
  • L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio – Murakami

Con questi quindi il numero dei miei libri sale a 198 (non considerando  le letture dell’infanzia buttati in garage).

Non vi dico che saranno gli ultimi visto che ho un buono da 25€ che mi aspetta su Amazon, però prometto a me stesso (di nuovo!) che saranno i penultimi!

Spero di riuscirci questa volta.

Presenze (The others?)

Vi ho mai raccontato la storia del motorino di Barbie?

Era estate e si usava riunirsi la sera tutti i vicini a turno in un giardino, per chiacchierare e bere qualcosa in compagnia. Quella sera erano tutti nel nostro. Io ero piccolo, età da scuola elementare, non ricordo di preciso, solo che delle chiacchiere degli adulti a me non importava un fico secco, quella sera ero rimasto seduto a terra, ipnotizzato da un film in tv, mi sembra che avesse come titolo “Uno sconosciuto alla porta” o una cosa del genere, incantato dalla storia di questo ragazzo che si presenta alla porta di una coppia spacciandosi  per il figlio rapito quando era ancora un bambino e mai più ritrovato. Si scoprirà solo dopo che invece si trattava del compagno di prigionia del figlio, mentalmente deviato e deciso a fare una carneficina.

Cosa c’entra il motorino di Barbie in tutto questo? Beh…un attimo di pazienza.

Il film mi aveva talmente preso e impressionato che la notte non riuscivo a chiudere occhio. Continuavo a immaginare quel tipo sbucare da dietro la porta con in mano una mannaia. Avevo i brividi. Non ci potevano nulla la luce accesa o le rassicurazioni dei miei genitori. Tenete a mente che ero ancora un ragazzino. Su consiglio di mia madre inizio quindi a cercare di distrarmi osservando altro. La cosa più naturale dalla mia posizione era osservare le mensole della mia stanza ed il loro contenuto.

Eccolo lì il motorino di Barbie di mia sorella. Parcheggiato giusto in fondo alla seconda mensola con tanto di cavalletto laterale inserito. Ora, voi potete anche non credermi,  ma all’improvviso lo scooter di plastica si alza dal cavalletto ed in bilico, come guidato da una mano invisibile, percorre i 30 cm di mensola in perfetto equilibrio sulle due ruote per poi cadere a terra facendo anche un bel botto. In realtà i botti sono due perché non passa neanche un secondo che il primo viene seguito da un secondo: il mio urlo straziante colmo di terrore!

Perché racconto questo? Perché mi è capitata una cosa simile in questi giorni.

In camera ho appeso da tempo una cornice a vetro con dentro la mia pergamena di laurea. La cornice è un po’ più grande e non è passato molto tempo prima che un lato della pergamena sia scivolato verso il basso dando una forma obliqua alla composizione.

Non ho mai pensato di sistemarla nonostante il mio essere “perfettino”, questo per dimostrare quanto vada fiero di quel pezzo di carta.

Qualche notte fa, mentre stavo per infilarmi sotto le coperte, il mio sguardo cade per caso proprio lì e… non ci potevo credere! La pergamena era di nuovo dritta! Da sola non poteva tirarsi su vincendo la forza di gravità quindi o erano stati i miei a sistemarla, ma ci credevo davvero poco, oppure  l’avevo aggiustata io tempo fa e non lo ricordavo più, o peggio ancora era sempre stata dritta, casi gli ultimi due che se confermati sarebbero stati fonte di considerevole preoccupazione per la mia integrità fisica e mentale (non che sia così sano da un pò di tempo a questa parte!)

Ho chiesto ai miei genitori, non solo non hanno toccato nulla ma anche mio padre si è accorto della stessa cosa.

Ho sentito molte storie simili a queste in Paese, anzi, a dire il vero ho anche sentito molto di peggio. Negli ultimi anni mi è pure capitato di vedere la TV accendersi, o cambiare canale, sola. Per non parlare di un mio amico la cui famiglia anni fa è stata costretta a trasferirsi per le strane e pericolose esperienze vissute in casa.  Alcuni dicono che la mia piccola città sia un vertice di quel triangolo satanico che unisce anche Torino e Chicago, forse per la presenza di una celebre e chiacchierata dimora di Aleister Crowley, colui che è considerato il fondatore del moderno satanismo e che è da sempre oggetto di interesse di molti artisti e studiosi (è anche presente in alto a sinistra nella celebre copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles).

Più semplicemente magari si tratta di altro, di casualità, di fenomeni che nella mia ignoranza non riesco a descrivere o comprendere. Magari posseggo anche dei poteri di telecinesi e non me ne rendo conto, un po’ come Carrie di Stephen King. Io al momento a tutto questo  non riesco a dare una spiegazione se non scomodando queste paure irrazionali a cui io comunque tendo a credere.

E voi? Ci credete?

 

Occidentali’s Karma

Hume, Eraclito, Gene Kelly, Morris, Marx, Kubrick, Shakespeare, Silvestri, tradizioni orientali, problemi contemporanei…alla faccia della canzonetta!

Vero Albano e Gigi?

Siviglia in 7 scatti

Non ero mai stato in Spagna e la cosa iniziava a pesarmi.  In realtà erano gli altri a farmelo pesare  visto che non sono mai stato particolarmente attratto dalla penisola iberica, Lisbona a parte. Avevo comunque intenzione di andarci prima o poi, ma non per visitare le principali mete turistiche, che so, Barcellona, o Madrid, bensì per scoprire la vera essenza della Spagna  che ho sempre pensato fosse  l’Andalusia.  L’occasione è finalmente capitata potendo partire da Milano dove ci saremmo trovati per il concerto dei Cure: maggiore disponibilità di voli e  prezzi contenuti, ecco sotto quali condizioni è nato il viaggio a Siviglia. Giusto tre giorni, ma sufficienti a visitare le attrazioni più significative e a respirare l’atmosfera del luogo.

Devo dire che Siviglia mi è piaciuta. Non è tra i miei luoghi preferiti, forse perché personalmente amo  altri tipi di atmosfere e panorami, ma sono molto contento di esserci stato, e non solo per mettere un’altra bandierina (calamita) nel mio frigo.

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Architettura  – Siviglia

Abbiamo preso un buon albergo economico proprio in centro, ad  un minuto a piedi dal Metropol Parasol e ad  una decina dalla cattedrale. La moderna opera architettonica diventata uno dei simboli della città mi ha però deluso.  E’ bella, tenuta benissimo ed è anche utile per difendersi dal caldo torrido del luogo o anche dalla pioggia che ci ha sorpresi un pomeriggio, ma non mi ha impressionato quanto mi aspettavo.

Sono rimasto invece deliziato dall’Alcazar, il palazzo reale, con i suoi splendidi giardini, i suoi porticati, i suoi interni, le sue maioliche. Tutto così arabeggiante, tutto così sfarzoso, da mille e una notte.  E’ stata una vera sorpresa, una bella sorpresa, la migliore.

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Alcazar – interni

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Alcazar – i giardini

Così come ovviamente mi ha impressionato nella sua maestosità Piazza di Spagna, immensa e regale nella sua  forma semicircolare a rappresentare l’abbraccio della Spagna alle sue colonie.  E’ il trionfo delle ceramiche che ornano i ponti e risplendono nelle quarantotto panche ognuna di esse rappresentante una provincia spagnola.  E’ bellezza e pace. E’ divertirsi cercando le città preferite dove scattarsi foto “ceramicose”, è la possibilità di affittare una barchetta e remare romanticamente al suo interno.

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Piazza di Spagna

Il fulcro della città si sviluppa però attorno alla cattedrale,  la più grande chiesa gotica del mondo ed il terzo edificio religioso per dimensione dopo la basilica di San Pietro in Vaticano e la cattedrale di Saint Paul a Londra.  La Cattedrale fiancheggia una delle principali strade della città ed è il punto di riferimento  per i turisti, grazie anche alla sua torre, la Giralda, che svetta alta su tutto il centro storico.  I suoi interni sono davvero splendidi, ed è così particolare con le sue diverse cappelle laterali con ingressi indipendenti dall’esterno. Dalla sommità della Giralda poi è possibile godere di un panorama stupendo su tutta la città, o almeno credo, visto che ho preferito rinunciare alla scalata fino in cima.

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La cattedrale
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La cattedrale – interno

Tutto attorno è un brulicare di piccoli vicoli caratteristici, stradine da percorrere, palazzi da ammirare, musei da visitare, gente da incontrare, ma anche tapas da mangiare e sangria da bere.

Essì, le tapas… abbiamo subito fatto proprie le abitudini del posto e così ci è capitato di assaggiare una tapas qui, una là, accompagnate da una cerveza lì, una sangria qua, finchè non abbiamo trovato il nostro locale di riferimento ed in esso le nostre tapas preferite: guanciale di maiale, insalata di baccalà, risotto ai funghi e la prelibatissima coda di toro, così squisita da mangiarne tre  nel giro di poche ore.

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La Giralda vista dall’Alcazar

Poi certo, girando per la città  abbiamo anche ammirato da fuori la Torre dell’Oro, la Plaza de Toros con la sua arena e la Reale Fabbrica del Tabacco. Abbiamo attraversato il Guadalquivir  e fatto un giro nel quartiere di Triana. Abbiamo visto per ben due volte gli attori di Games of Thrones,  facendoci coinvolgere da una marea di fans in adorazione (tra cui Tessa!),  e abbiamo  incontrato tanti giovani italiani ormai residenti in Spagna.

Tre giorni in tutto, pochi ma davvero piacevoli, che mi hanno fatto conoscere una città ricca di storia e bellezze architettoniche, dove vivere penso sia un piacere quotidiano.

 

Il mio Sanremo

Il mio Sanremo è stato semplice, non ne ho visto neanche un minuto. Ieri sera per curiosità ho guardato su youtube il videoclip di Gabbani e mi è subito piaciuto, tanto da riascoltarlo più volte. Una canzone fresca, allegra, trascinante e con un testo molto serio e attuale furbescamente camuffato, un pò alla Silvestri. Lui poi non viene da nessun talent, ha fatto la sua dura gavetta, è simpaticissimo e capace, ha pure scritto recentemente per Celentano. Sono contento che abbia vinto, finalmente qualcosa di nuovo ma di qualità.

Sono invece rimasto inorridito dall’Arena di Giletti che nel tipico appuntamento post Sanremo del giorno dopo ha messo in onda uno spettacolo davvero osceno. Un intero pomeriggio a parlare dell’ eliminazione di Albano e Gigi D’Alessio, con tutti i presenti a manifestare la loro indignazione, tranne una, una giornalista che in entrambi i casi, mettendo da parte ogni ipocrisia, ha detto loro in faccia, chiaramente: le vostre canzoni facevano pena, altro che giuria composta male, altro che classifica a parte per i prossimi Sanremo! (esattamente accusa e proposta  sputate in modo velenoso dal neomelodico) .  In verità gli stessi pensieri sono stati espressi da Malgioglio che per questo è stato più volte attaccato e sbeffeggiato da Albano per la sua Gelato al cioccolato…evviva la sportività. E dulcis in fundo, al posto di dare spazio ai cantanti in gara, anche una lunga intervista alla Lecciso che ha raccontato il modo in cui Albano ha vissuto questo Sanremo e questa eliminazione, di come abbia avuto il coraggio di rimettersi in gioco nonostante l’operazione di qualche mese fa, di come, nonostante il non superbo stato di forma, abbia accettato di partecipare per il suo profondo legame e amore a questa competizione, per poi rivelare, solo qualche secondo dopo, che il cantante pugliese ha avuto la notizia dell’eliminazione da lei in quanto nei camerini si era addormentato guardando un film…alla faccia del profondo legame!

Il solito teatrino all’italiana insomma, che non fa per niente piacere. Che prendessero esempio dalla Mannoia, icona di stile ed eleganza, anche nella sconfitta.

Un raggio di Sole

Sole è una mia collega. Una di quelle all’interno della ristrettissima cerchia della grande amicizia. In realtà ci vogliamo bene tutti in azienda, siamo una  famiglia, ma c’è un piccolo gruppetto che si vuole bene molto di più. Di quel piccolo gruppetto siamo ormai rimasti in tre, io, Sandrino e Sole per l’appunto.

Che poi Sole non è neanche il suo vero nome, le è stato affibbiato da un’infermiera perché “quando c’è lei c’è sempre il sole”. Ed è vero. La sua presenza è prorompente. Nelle risate come nelle lamentele, continue, non puoi non sorridere, è in quelle occasioni che andare a lavoro ha ancora un senso. E’ tutta una questione di personalità, la sua è strabordante.

Ora, Sole da un po’ la prendiamo in giro perché da più di un anno si è buttata a capofitto nelle lezioni private, sia a casa che come insegnante nei corsi preparatori per esami. In ufficio viene solo un giorno a settimana, il giovedì, e poi ha cinque, sei, sette altri lavori… non facciamo altro che farglielo pesare. Col sorriso ovviamente. Che poi non è che guadagni così tanto, sono briciole, che però messe insieme fanno sostanza.

Io e Sole abbiamo le scrivanie poste una di fronte all’altra, nello stesso ambiente, tipo open- space. Dietro Sole ci sono altre due scrivanie posizionate nello stesso modo, in una c’è Sandrino, in un’altra il Caldi che però al momento è in aspettativa. Poi ci sono altre quattro stanze per altri colleghi, presenti in misura minore, e fuori c’è un grande uliveto.

Comunque, giovedì parlando del più e del meno Sole mi chiede la mia mail. Mi ero per un attimo allarmato, pensavo che le servisse il mio pc e volesse usurpare la mia postazione lasciandomi vagare in giro per un’ora come spesso fa. Gliela fornisco sollevato, non prima di qualche secondo di cazzeggio sul motivo della richiesta, lei sbarella subito, ha poca pazienza.

Stamattina ricevo un suo Whatshapp, mi richiede la mail visto che ha scordato il foglio in ufficio e deve girarmi un bando di concorso, si, ormai noi ci giriamo queste cose. Gli chiedo di cosa si tratta e mi risponde di non rompere e di andare a controllare tra un po’.

Eseguo.

Non è un bando ma un buono di ben 25 € su Amazon.

Rimango un attimo stordito. La chiamo.

-Sole ma che cazzo fai???

Beh, Sole mi ha voluto fare un regalino visto che per ora le cose le vanno bene.

-Magari così non pensi più a deprimerti

mi ha detto.

A quanto pare Sandrino aveva già ricevuto il suo qualche mesetto fa, per il suo matrimonio.

Oggi è davvero una bella giornata, ma quanto è bella l’amicizia?

#RitornoalLICEO pt.6 – War! (Il cancellino)

Per un periodo, durante la ricreazione, abbiamo preferito rimanere in classe, chiuderci proprio dentro, non prima di aver allontanato tutte le ragazze. La nostra assenza dava forse un pò nell’occhio, nessuno capiva e da fuori non si sentivano rumori, nessun urlo, nessun botto. Cosa facevamo?  Semplice, le battaglie con il cancellino. Facevamo le squadre, lo sporcavamo e ce lo tiravamo di sopra, facendo attenzione a ripulirci per non destare sospetti alla ripresa delle lezioni.

Una volta Michele prese Luca in pieno volto con l’intera superficie, fu forse l’unica volta che il malcapitato mise da parte la sua pacatezza rincorrendo l’attentatore con fare furioso ed un viso interamente bianco, un mimo impazzito insomma.

Il gioco finì il giorno in cui il cancellino volò dalla finestra e finì nello spiazzale.  Fu Fabrizio a tirarlo e fu lui a rendersi disponibile per andarlo a riprendere. Solo che Fabrizio non tornava ed il ritardo si faceva sempre più grande e preoccupante. Ad un tratto ci accorgiamo di un brusio sempre crescente provenire dalle finestre, e subito dopo sentiamo una voce, chiara, provenire  dallo spiazzale. E’ lui, sta chiamando Vanni. Ci affacciamo, e non scorderò mai ciò che vidi: Fabrizio stava in piedi, al centro dello spiazzale su cui si affacciavano le finestre di tutte le classi dell’istituto da cui sporgevano infinite teste. Con aria soddisfatta  guardava verso di noi che stavamo all’ultimo piano e rideva, cancellino ancora in mano. A terra, a caratteri cubitali, col gesso era stata scritta questa frase: “VANNI SUCA”.

Memorabile!

Fabrizio non fu mai punito per quella goliardata. E sinceramente non lo meritava affatto.

 

Alla riscoperta degli USA

Oggi voglio ridare luce a due vecchi post di questo blog.

Ieri, dopo più di un anno, ho pubblicato una nuova puntata della rubrica #Americanate, la terza.  #Americanate l’ho pensata come una scatola di ricordi: le mie esperienze ed emozioni  in giro per il Wisconsin e l’Illinois, dove mi recai per lavoro nel 2008 e nel 2009 per un totale di sette settimane.

I primi due episodi sono passati inosservati, quasi totalmente controllando le statistiche. E’ normale. Al momento della loro pubblicazione avevo ben pochi, pochissimi follower.

E’ per questo che ho pensato oggi di riproporli a tutti voi pubblicando i due link diretti (potete trovarli anche dal mio menù seguendo il percorso Rubriche –> Ricordi  –> #Americanate).

Spero che vi piacciano, io ci sono molto affezionato.

Ep. 1 – Silvestri in Buick

Ep. 2 – A touch of Sicily

#Americanate pt III: A nightmare check-in

Avevo un collega, quasi un fratello, conosciuto da tutti per  la sua gran fortuna e per la sua arte del risparmio, tanto che negli ultimi anni lo chiamavamo, ma in realtà si era proclamato lui stesso per primo, il Re di New York, in omaggio ad una scena del film Senti Chi Parla dove il protagonista va fiero di riuscire a vivere di stenti ed espedienti senza dover spendere un soldo. Potrei stare ore a scrivere delle sue gesta, come quando si iscrisse in un sito per avere la possibilità di partecipare all’estrazione di un paio di biglietti per un incontro del sei nazioni di rugby (in quel periodo aveva la fissa per questo sport) e invece vinse quelli per il SuperBowl. Oppure quella volta che durante l’intervallo di una partita di NBA tra i Millwaukee Bucks ed i Dallas Maverick, nonostante si trovasse (ci trovassimo) in un settore tra i più lontani dal campo, riuscì a prendere ben due, e dico DUE,  magliettine lanciate ai tifosi da un cannone posto a metà campo. Vi lascio poi solo immaginare la quantità di soldi trovati a terra e i risparmi portati a termine nelle maniere più assurde e anche divertenti, così come è ormai leggenda la sua mail alla Mondadori al fine di ottenere uno sconto extra (ne inviò una simile anche alla Settimana Enigmistica) per i suoi acquisti on-line.

Eppure ci sono delle volte in cui la sfiga decide di prendere di mira questi personaggi, per un giorno soltanto ma in maniera epocale.

E’ l’ultimo giorno a Millwaukee per entrambi. Abbiamo l’aereo per Roma nel primo pomeriggio in partenza da Chicago ma noi ci diamo appuntamento la mattina presto per fare una capatina in un enorme centro commerciale che c’è per strada. All’orario stabilito non si fa vivo, è scontato, è un ritardatario cronico. Entro nella sua stanza e non solo mi accorgo che non è pronto, deve ancora fare le valigie! E non sarà facile visto che ha tutto sparso per la stanza, comprese diverse paia di mutande sopra la tv!

La vicenda si svolge più o meno così.

Arriviamo in aeroporto in forte ritardo per via della sua indecisione nello scegliere il locale dove pranzare al centro commerciale (alla fine non abbiamo neanche mangiato), al volo riconsegniamo la macchina a noleggio e ci dirigiamo di gran corsa al check-in. Inizio io. Una volta finito mi faccio da parte per fargli posto.

Lui sfoggia la sua classica tenuta da partenze ovvero indossa più vestiti e giubbotti uno sopra l’altro stile omino Michelin nonostante la giornata afosa per raggirare le limitazioni del peso dei bagagli,  e porta con sé tre valigie e una miriade di sacchetti di plastica colmi delle cose più disparate.

-Biglietto prego

-Si un attimo

Comincia a ravanarsi dentro le tasche finché lo esce (il biglietto ovviamente, maliziosi). L’addetta lo controlla e poi con una faccia incredula dice:

-Ma questo è un biglietto dell’anno scorso!

Lui non fa una grinza,  sorride, come se fosse normale o fosse stato uno scherzo (in realtà so benissimo che non lo è), ricomincia a ravanarsi e dall’altra tasca, con aria soddisfatta, esce un nuovo biglietto.

L’addetta lo controlla. Passano pochi secondi,  la vedo strabuzzare gli occhi, ricontrollare più attentamente e poi esclamare:

-Ma questo biglietto è per il volo di domani!

E’ in quel momento che vedo nel  volto di Aldo un’espressione di stupore misto a imbarazzo che non gli ho mai visto e mai rivedrò. Lo prende, lo controlla….cazzo!! L’agenzia gli ha sbagliato la data del ritorno e lui non se n’è neanche accorto!

PANICO!

Arrabbiato chiede se è possibile rimediare o acquistare un nuovo biglietto, ma questo costa diverse centinaia di dollari e gli fanno anche un bel po’ di ostruzionismo. A quel punto si rassegna. Comincia a riflettere su come avrebbe passato l’intera giornata lì da solo, se fosse stato meglio rimanere in aeroporto o affittare una macchina e girare Chicago, mi chiede con quel suo faccione triste di avvisare la sua ragazza e raccontargli l’accaduto una volta in Italia.

Mi saluta mesto, mi fa quasi pena anche se mi verrebbe voglia di sghignazzare come un pazzo per quello a cui ho appena assistito. Sto ormai per salutarlo quando lui con tutta la sua mole, che può davvero far paura, torna prepotentemente al check-in e risoluto pretende di acquistare un nuovo biglietto. “Loro hanno sbagliato e loro mi rimborseranno!”. Vince la diatriba con i dipendenti che finalmente si convincono a staccargli il ticket ed è in quel momento che un po’ di quella sua proverbiale fortuna lo salva, sul conto ha giusto i soldi per il biglietto, gli rimarranno solo una decina di euro dopo la transazione.

Ci avviamo al gate che stanno già imbarcando ma per lui non finiranno le disavventure in quel viaggio di ritorno.

Questo è uno dei momenti più divertenti che conservo del passato della mia azienda, di quando lavoravamo sodo ed eravamo felici. E dire che di episodi esilaranti ce ne sono stati così tanti che non mi basterebbe un giorno a scriverli. A volte alcuni di essi fanno capolino tra i miei pensieri e allora non posso far altro che ridere a crepapelle prima di ricordare che quel gruppo, quel clima, quel bel periodo è ormai acqua passata. Così divento triste pensando a ciò che era e ciò che è adesso.

Una domanda per voi

Non me l’aspettavo ma statistiche alla mano questo post sportivo è stato super visualizzato! Ma se aprissi una rubrica sportiva? che ne pensate? Non solo calcistica ma proprio sportiva in generale. La chiamerei #storturesportive. Potrebbe piacere o andrei solo a sputtanare il mio blog?

Accetto suggerimenti.

Barzelletta… e riflessioni calcistiche sulla libertà di stampa. Scusatemi ci sono cascato.

Un signore entra in un negozio di articoli sportivi.

“Vorrei una maglietta della Juve.”  chiede al commesso.

“La vuole da giocatore o da arbitro?”

 

Avevo promesso a me stesso di non pubblicare post calcistici, ma dopo lo schifo di questi ultimi due giorni non ho potuto trattenermi, quindi ho optato per questa sarcastica quanto elegante battuta.

Una volta che ci sono, ormai il danno è fatto, vorrei scrivere anche qualche cosa in più, tanto sono sicuro che ormai i non interessati abbiano già chiuso il post per passare a cose più interessanti ed emozionanti.

Di tutta questa storia ritengo che la cosa più brutta non siano i rigori non dati, a quelli siamo ormai abituati e comunque un errore ci può anche stare, o le decisioni prese da un arbitro che negli ultimi tempi ha subito passivamente testate e gravi offese personali senza batter ciglio per poi  diventare inflessibile ed autoritario davanti ad un semplice “sei scarso”, ma appurare quanto i media siano così corrotti e  asserviti a questo andamento di cose  da sembrare ridicoli nel cercare di mistificare una realtà talmente chiara, come se una persona di media intelligenza non potesse da solo comprendere la realtà dei fatti o non avesse la capacità di trarre lucide considerazioni da immagini oggettive, o non potesse intuire tutto il marcio che ci sta sotto tra sponsorizzazioni e altro (a buon intenditor…), in fondo sono cose già successe e in Italia certi vizi sono duri a morire.

Dedico questo post all’ex arbitro Graziano Cesari. Si quello che “non vide” il gol di Bierhoff in Udinese-Juve del famoso campionato 97/98 quando la palla varcò la linea per una distanza lunga quanto le dimensioni di Rocco Siffredi, per dirla alla Elio, e che ora commenta la moviola su Mediaset Premium. Beh, il nostro eroe, nel commentare le azioni incriminate, prima di farsi prendere palesemente per scemo da Riccardo Ferri e Alessio Tacchinardi (ex bandiera gobba tra l’altro) e riuscire a far incazzare una persona pacata come Pioli, ha esordito così: “minuti finali, l’arbitro FURBESCAMENTE fischia in area della Juventus un cosiddetto fallo di confusione”. Quel  FURBESCAMENTE scappatogli dalla bocca mi fa davvero accapponare la pelle.

Galleggio

*** AVVERTENZA!!! Questo è uno sfogo personale ed un post deprimente. Ottimisti e gente felice sono pregati di astenersi dalla lettura***

Mi sono accorto che è da un bel po’ che non scrivo di me. Guardo questo blog e vedo soltanto rubriche, racconti e testi di canzoni. Tra l’altro in questo periodo non ho neanche scritto nulla di nuovo, è come se avessi il blocco dello “scrittore”,  quindi tutto ciò che avete letto in queste ultime due settimane circa sono testi che giacevano già da un po’ in una cartella del mio desktop chiamata con poca fantasia WordPress, sapevo che un giorno ne avrei avuto bisogno.

Gli ultimi cenni biografici che è possibile trovare, a parte quello sui Baustelle copiato in buona parte dal mio vecchissimo blog,  sono quelli post trombatura Mercedes, quindi post molto deprimenti e rabbiosi. La situazione oggi non è cambiata, anzi qualcosa si, la rabbia ha fatto largo alla rassegnazione.

Alzarmi la mattina è dura, le motivazioni sono pari a zero, ma comunque mi faccio forza e mi reco al mio odiato posto di “lavoro” che ritengo ormai solo una inutile quanto deprimente perdita di tempo. Continuo ad inviare curricula in giro ma senza neanche pensarci più di tanto, lo faccio più per inerzia e per impegnare il tempo piuttosto che perché ci creda o ci speri davvero.

Il pomeriggio ormai non esco neanche più, ho provato varie volte a vestirmi e andare in giro in cerca di qualcuno, ma dopo una settimana di passeggiate solitarie, vasche le chiama qualcuno di voi, sempre per le stesse strade, vuote peraltro,  ho ritenuto opportuno starmene a casa e impegnare il tempo in qualcosa di più costruttivo, tipo leggere un libro, I pilastri della terra di K. Follett mi sta davvero entusiasmando, o giocare alla Xbox.

Per fortuna che Yves il coniglio, che nel frattempo è cresciuto parecchio, ha deciso di svoltare la sua vita, un giorno non da confidenza a nessuno, quello dopo si  trasforma in una specie di cane che non solo si avvicina ad un tuo richiamo ma è lui stesso a cercarti per giocare. Da quel giorno non riesco più a togliermelo di torno, mi segue ovunque, devo ammettere però che è un bel passatempo che riesce anche a rilassarmi un bel po’.

Insomma…. galleggio, un po’ come i palloncini di Pennywise.  La mia vita non va né indietro né avanti, staziona in questa situazione sconfortante quanto avvilente, sono solo gli anni a correre via, e quelli non li riprendi più.

Qualche giorno bastardo lo passo da me
rintanato e rinchiuso lo passo così
così stanco di tutto e di tutti chissà…
questi giorni son giorni che vivo a metà.
E viaggio in un mondo che forse non c’è,
tra cent’anni di libri e i miei sogni da star
e un bagaglio di giochi truccati perchè
non mi viene la vita che voglio per me.
Che fatica nuotare in un mare di noia
senza pinne e senz’aria in un mare di noia
di noia…

In un mare di noia – Negrita

Paradossi

Risposte sui muri a nessuna domanda,

speranze nell’aria senza risposte

 

Tammuria – Litfiba

Episodio 22 -Naso di cioccolato

Sembravano più dei turisti che dei colleghi di lavoro in libera uscita. Discorsi urlati conditi da grasse risate, abbracci, sorrisi, indicazioni e quel continuo fermarsi davanti le vetrine, quasi in contemplazione. Soprattutto le ragazze, soprattutto Lucia, soprattutto davanti alle pasticcerie.

“Caspita…Certo che qui non si bada alle calorie eh…”

“Lucia, Lucia…qui il freddo la fa da padrona, non lo sai che uno dei modi migliori per combattere il freddo è quello di avere strati e strati di adipe?”

“No non lo sapevo.”

“E non potevi saperlo, me lo sono appena inventato, serve sempre una buona scusa per mangiare un ottimo dolce, e qui i dolci sono tutti ottimi. Cosa fai, entri? Mi dai il piacere di offrirtene uno?  O ti basta rimanere qui fuori a guardare la vetrina?” Nemecsek le era stato accanto da quando si erano messi in marcia, parlando del più e del meno erano rimasti un po’ attardati rispetto al gruppo.

“No Lucia, ti fermi ancora? Non vieni alla Dea?  Dai manca poco…”

“Ragazzi, faccio una pausa dolce con il sig. Nemecsek, vi raggiungo dopo…”

“Ok, noi intanto andiamo, ci vediamo lì…il sig. Nemecsek dovrebbe comunque conoscere il posto”

“Si si so dov’è, vi raggiungiamo subito”.

“Finalmente soli..” si fece scappare Nemecsek con un sorriso imbarazzato.

“Eh già…Oddio soli… Io, lei e i dolci… Diciamo che siamo ben accompagnati, dai!”

“Allora dimmi, come ti trovi qui? Posso darti del tu, vero?”

“Certo che può, a patto che anche io possa farlo…”

“Ferenc! Chiamami pure Ferenc.”

“Va bene, Ferenc” rispose sorridendo Lucia. Poi continuò “Sono arrivata da poco, lo sai, ma posso dirti che al momento mi trovo bene, sono stata accolta al meglio. Il mio primo lavoro sembra aver avuto il gradimento del committente …”  sorrise guardandolo “ non me ne sono ancora resa conto, ma tutto sommato va bene, certo, ci sono ancora alcune cose da sistemare, ma al momento sono felice della scelta, sono sempre più sicura che era quello che mi serviva.”

“Non posso che esserne contento. Forse era quello che serviva anche a me” disse sorridendo Ferenc, poi continuò “Speravo di incontrarti stasera, sono uscito di proposito e sono stato fortunato”

Gli occhi di Lucia diventarono fissi, tutti i sensi erano pronti a captare la fregatura, no non è possibile che ci stia provando, no, ti prego, lasciamo i problemi di cuore ad un altro momento, adesso non posso, devo e voglio dedicarmi al lavoro…e poi neanche mi conosce.

“Ah si? E dimmi, perché mi stavi pedinando, ehm scusa, cercando? Non potevi telefonare in azienda? Mi avrebbero riferito, non c’era bisogno che tu sprecassi del tempo per…”

” No, non ti ho pedinato, e si, ho telefonato in azienda ed un tuo collaboratore mi ha riferito che stavate uscendo, così vi ho raggiunto, un pizzico di fortuna ed eccomi qui.”

Lucia decise di non tergiversare ulteriormente e dopo aver azzannato una fetta di torta ed averla masticata con calma scelse la risposta corretta. Il tutto durò circa dieci secondi mentre Ferenc  in  attesa provava un certo piacere osservandola mangiare con foga quella montagna di cioccolato e pan di spagna.

Era sempre così quando mangiava un dolce,  famelica, non riusciva a concentrarsi su altro, se Ferenc pensava di conquistarla portandola in una pasticceria aveva sbagliato tutto, e poi, dopo la storia con Marco e Carla aveva deciso di non mischiare il lavoro con veri o presunti affari di cuore.

“Lucia.. Mi stai ascoltando?”

“Oddio, ma questa torta è buonissima…ah, tu non la mangi? Scusa.. Stavi dicendo?”

“Si si adesso la mangio, ne vuoi un pezzetto? La mia è diversa dalla tua, io preferisco i dolci alla frutta, vuoi assaggiare?”

“No dai…”

“Non preoccuparti, dai assaggiala la stai mangiando con gli occhi…”

“Ok grazie, non mi faccio pregare perché le persone che fanno le preziose non mi sono mai piaciute, e poi una fetta di dolce, seppur piccola ed invisibile, non si rifiuta mai, o meglio, non la rifiuto mai”

“ahahah Davvero?? ”. Ferenc era davvero divertito “ allora potresti prima finire di mangiare quella finita sul naso” aggiunse ridendo.

“Mmm…non è carino prendersi burla di una bella signora!”

“Touché, colpito ed affondato.”

“Bene, ora che abbiamo la pancia piena, dimmi, perché ci tenevi ad incontrarmi? Ci siamo lasciati solo qualche ora fa in ufficio”

“Beh vedi, non è facile, è che in questo periodo ho bisogno di circondarmi di gente divertente e positiva come te, quindi mi sono detto, beh, è appena arrivata, non conosce la città, è sola…”

“Hai perso la testa per me? Vuoi rapirmi e trattarmi da principessa nel tuo castello in cima alla montagna? Vuoi servirmi e riverirmi portandomi con te a corte? No? Niente di tutto questo? Ok, perché al momento le porte del mio cuore sono chiuse….”

“Lucia fermati, niente di tutto questo, neanche per me è il momento. Ti sto solo offrendo la mia amicizia”

“Ed io ne sono felice” rispose, azzardandosi a prenderlo sottobraccio. Avevano appena ripreso il cammino. “E allora dimmi, come stanno i tuoi?”

“La mamma è in ospedale.”

Poche parole, l’ espressione del visto tramutata, Lucia non sapeva cosa dire.

Scritto in collaborazione con Marta Vitali di Pensieri Loquaci

#RitornoalLICEO pt. 5 – Compagni per sempre

La mia classe era umanamente molto variegata, composta soprattutto da ragazzi del luogo, con diversi livelli culturali  e diverse disponibilità economiche. Ho sempre avuto l’impressione che fosse anche la più osservata e invidiata dell’istituto. Eravamo davvero un bel gruppo, molto ben amalgamato nonostante le tante differenze. Ci volevamo un gran bene e ce ne vogliamo ancora anche se la vita ci ha un po’ dispersi in giro per l’Europa. Eravamo tutti bravi ragazzi, simpatici,  con alcuni elementi di spicco che imparerete a conoscere. Fabrizio era  la star indiscussa della classe ma anche dell’intero Istituto, il ragazzo più popolare insomma, e non solo perché figlio della temutissima professoressa di Biologia, una delle Istituzioni della scuola. Era, è ancora, alto e biondo, aveva un grande carisma ed eccelleva in tutto, nello studio come nello sport. Michele era invece l’artista, un musicista di grande talento che portava quel misto di spensieratezza e cialtroneria così naif da risultare irresistibile. A completare il quadro poi c’erano tra gli altri  la saggezza di Marta e la pazzia di Marina. C’era Luca, il Calimero della classe, soprannominato da tutti, a volte anche dai prof, Tuzzu, per via del colorito della sua pelle. C’era il sarcasmo di Alessandra, l’ingenuità di Anna,  il grezzume di Sarilli, la pacatezza dell’altro Luca, la dolcezza di Chiara e Valentina, l’intraprendenza di Laura, la simpatia molto spesso sopra le righe (a volte fin troppo pesante!) di Rosario e Mariano, la stramberia di Antonio….e poi c’era Vanni, che quando lo conosci lo eviti, ma se hai il coraggio di iniziare a frequentarlo non puoi che amarlo.

Letture 2017

a questo anno  le mie letture potrete seguirle live, passo dopo passo, semplicemente leggendo questo post che si andrà ad aggiornare di volta in volta (Lo trovate facilmente sul menù a tendina seguendo il percorso Recensioni –> Libri –> Letture–> 2017). Il mio intento, così come per quelle del 2016, è quello di farvi incuriosire, magari anche di convincervi a leggere qualcuno di questi libri, per poi poterne parlare insieme.

Ecco quindi le mie letture del 2017 con relativi commenti e metri di personale giudizio.

Come interpretare il giudizio

○○○○○  pessimo;  ●○○○○  deludente;  ●●○○○  godibile;   ●●●○○  bello;   ●●●●○ molto bello;  ●●●●●  must read!

Potrebbe capitarmi di tanto in tanto di tornare a rileggere vecchi libri, cosa che d’altronde ho in mente di fare al più presto in maniera sistematica. Per questo motivo dopo la data di lettura  di ognuno troverete la parola “new” se si tratta di un nuovo libro, 2 se si tratta di una seconda lettura, 3 e così via

 

Mr Mercedes – King  ● ● ● ● ○ (23/12/2016 – 09/01/2017) new

Il re torna agli antichi splendori e ci regala questo giallo davvero fantastico in quanto a suspense e ritmo e con una forte impronta psicologica.  Hodges è un detective in pensione che si rimette in azione per acciuffare Mr. Mercedes,  un pericoloso assassino ancora a piede libero.  Non sa però che il killer  è  più vicino di quanto lui creda e si sta preparando a compiere l’ennesima strage.  Veramente un gran  libro, il primo di una trilogia basata sul detective Hodges. Peccato per il finale un po’ sottotono, il resto però si legge in modo famelico.

La grande fame – J. Fante ● ● ● ● ○   (09/01/2017 – 20/01/2017) new

Fante è un maestro. Non importa cosa scriva, se romanzi o short stories. Non importa se i soggetti sono sempre gli stessi, la sua infanzia, la sua famiglia, la fame, la dignità,  il Colorado, la discendenza italiana, i sogni, la fuga.  Riesce sempre a commuoverci. O anche a farci ridere, con un velo di malinconia finale, un po’ come nei migliori film di Verdone. E queste storie… così leggere, così semplici, ma anche così potenti da entrarti dentro e rivoltarti le budella, o a volte  prenderti il cuore e strizzarlo come un panno, se riesci a seguirle, a immedesimarti, a viverle. Che scrittore John Fante! Che orgoglio il suo essere italiano!

Pulp – Bukowski  ● ● ● ● ●  (20/01/2017 – 25/01/2017) new

Ormai consapevole di essere vicino alla fine dei suoi giorni il grande Bukowski sforna questo grande libro, sarcastico, grottesco, surreale. Per la sua ultima avventura lascia in disparte il suo alter ego di sempre Henry Chinaski, rendendolo così immortale,  per dare vita al detective Nick Belane, l’investigatore privato più dritto di Los Angeles che si sbatte per risolvere i suoi assurdi casi commissionatigli da ancora più assurdi committenti. Alieni, coppie adultere, usurai, vecchi poeti francesi,  John Fante, Dante Alighieri  e la stessa Morte che gioca con lui accompagnandolo fino alla fine, sono tra i protagonisti di questo racconto dove tutto sembra girare attorno ad un Passero Rosso, di cui Belane è alla disperata ricerca e di cui tutti sembrano aver sentito parlare.  In mezzo le solite cose, l’alcol, le risse al bar, le discussioni sfrontate, il linguaggio sboccato, continui doppi sensi e il demone del sesso ormai  però sopito. E’ un Bukowski stanco che si racconta e che ci lascia in dono le sue considerazioni sulla vita, sull’esistenza ed il suo significato. E’ una lettera d’addio, che più originale non si può.

Così bello

Questo è uno dei racconti iniziati e mai finiti che doveva far parte di “Pillole di felicità”, una serie di racconti sulla felicità scritti con Marta. Ci stavamo lavorando ma poi, anche per le insistenze di alcuni di voi, abbiamo deciso di portare avanti la storia di Lucia e Marco, quindi è caduto nel dimenticatoio. Ora ho trovato il tempo di riprenderlo, sistemarlo e dargli un finale. Per farlo mi sono praticamente ispirato alla bellissima canzone TRANSEA dei Litfiba, una delle mie preferite. Maroccolo chiese a Pelù di scrivere una canzone per la sua ragazza, lui non conoscendola si inventò questa storia di un uomo, cieco ma che cerca di sentire la luce catturandone il calore. Io ho invece cercato di dare un senso positivo alla storia, spero vi piaccia. Buona lettura.

“… è facile essere felici, se sai come farlo”

Si addormenta con questa frase, quella finale del suo romanzo scritto in braille che aveva un attimo prima appoggiato lentamente ma con una discreta sicurezza sul comodino alla sua sinistra. Come tutte le sere si lascia trasportare dalla fantasia dopo aver trovato la sua posizione ideale per la notte, in diagonale, a ricoprire l’intero letto a due piazze tutto a sua disposizione.

Si, è vero, essere felici è facile se sai come farlo. Va bene, ma come si fa a sapere? Dove si può imparare?

Sovrappensiero continua a riflettere su queste domande l’indomani in istituto finché è interrotta da Piero, il suo taciturno compagno con cui non ha neanche tanta confidenza, in realtà lui non da confidenza a nessuno.

“Si Amanda, si può essere felici anche senza vedere perché noi non vediamo, è vero, non possiamo godere delle meraviglie che ci stanno attorno, va bene, ma a dispetto degli altri sentiamo altro, di più, percepiamo la bellezza nel calore delle persone e delle cose, quel calore che ci illumina dentro e che risplende nella nostra immaginazione … ti dirò, forse a volte questo è un dono ancora migliore della vista.”

Amanda rimane a bocca aperta. Piero l’ha sorpresa, non si sarebbe mai aspettata da lui una risposta del genere, così bella e così profonda, in verità non si sarebbe neanche mai aspettata una risposta, soprattutto a una domanda non rivolta a lui. Non l’aveva mai visto aprirsi, raramente era riuscita a imbastire un dialogo, e dire che si conoscevano già da un bel po’ di tempo e di  occasioni ce n’erano state. Lui così schivo, così irritante,  era una persona notoriamente autoritaria e severa, il peggiore dei compagni che adesso però si rivelava sotto una veste completamente diversa.

Da quel giorno la vita di Amanda cambia, riesce a sentire il calore delle persone, a conoscerle attraverso di esso. Comincia  anche a concedere più di una possibilità alle persone, perché ognuno porta dentro di se un tesoro nascosto, e scoprirlo è così bello…

… è così bello,  pensa ancora quella mattina, quando scesa dal letto e vestita soltanto di un largo sorriso si avvia  verso la cucina per la colazione, con passo sicuro, a memoria, le distanze ben collaudate in mente. E’ inverno e fa freddo, non tutte le pompe di calore sono spente in casa, una dorme ancora.

A mia nonna

Forse se ne andranno via,

tanti ricordi via,

ma mi piace pensare che

verranno con me,

in un posto con me,

per l’eternità.

Ma le cose belle che ho,

le cose più belle che ho,

non le ho comprate, no,

quelle le ho qui dentro di me,

sono sempre con me.

 

Occidente e Oriente – L. Carboni

Yossl Rakover si rivolge a Dio

In occasione della giornata della memoria ripubblico il mio post dell’anno scorso, cambiandone il titolo,  per non dimenticare.

Il 27 Gennaio del 1945 l’armata rossa varca i cancelli dei campo di concentramento di Auschwitz e Birkenau scoprendo al mondo intero l’incommensurabile orrore nazista. In realtà di questi orrori non se ne parlò subito, per molti anni infatti i due campi restarono alla mercé dei poveri polacchi sopravvissuti nelle vicinanze che non potevano far altro che raccogliere la legna delle baracche per scaldarsi con un buon fuoco, l’unico privilegio di cui godeva la loro vita. Tutto questo finché finalmente i media cominciarono a focalizzare l’attenzione sul luogo, tutelandolo dai vandalismi ed  ergendolo a simbolo della memoria di milioni di persone, non solo ebrei, perseguitati, spogliati, torturati e uccisi.

E’ ormai da molti anni che ogni 27 Gennaio il mondo si ferma e rivolge il suo cuore ad Auschwitz (il nome germanizzato del paesino polacco Oswiecim), anche se sappiamo tutti che non fu l’unico luogo in cui si fece scempio del genere umano.  Esistono anche altri altrettanto tristemente famosi campi come Bergen-Belsen, Dachau, Mauthausen, tutti sparsi tra Germania, Austria e Polonia soprattutto, e tra questi ce ne sono anche alcuni che furono veri e propri campi di sterminio, più piccoli ma progettati con l’unico scopo di uccidere il maggior numero di persone possibile, fabbriche di morte come Chelmno, Sobibor e Treblinka. Il nostro pensiero diretto ad Auschwitz in realtà è esteso a tutti questi luoghi, a tutte le vittime della ferocia nazista, anche ai primi ebrei sterminati in gruppo a fucilate da appositi battaglioni della morte lungo le linee del fronte in Ucraina e in Russia.

La commemorazione di questa data come “Giorno della Memoria” è stata istituita ufficialmente in Italia nel 2000. L’anno successivo, come ultima classe del liceo, per quella ricorrenza mettemmo in scena una manifestazione con tutte le restanti classi sedute in silenzio a vederci ed ascoltarci. Non ricordo molto della rappresentazione, ricordo però che io intervenni sul finale leggendo a tutti una lettera-testamento intitolata “Yossl Rakover si rivolge a Dio” di cui vi riporto qualche tratto:

“…Credo nel Dio di Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Credo nelle sue leggi, anche se non posso giustificare i suoi atti. Il mio rapporto con lui non è più quello di uno schiavo verso il suo padrone, ma di un discepolo verso il suo maestro. Chino la testa dinanzi alla sua grandezza, ma non bacerò la verga con cui mi percuote. Io lo amo, ma amo di più la sua Legge, e continuerei a osservarla anche se perdessi la mia fiducia in lui. Dio significa religione, ma la sua Legge rappresenta un modello di vita, e quanto più moriamo in nome di quel modello di vita, tanto più esso diventa immortale……

…Perciò concedimi, Dio, prima di morire, ora che in me non vi è traccia di paura e la mia condizione è di assoluta calma interiore e sicurezza, di chiederTi ragione, per l’ultima volta nella vita. Tu dici che abbiamo peccato? Di certo è così. Che perciò veniamo puniti? Posso capire anche questo. Voglio però sapere da Te: Esiste al mondo una colpa che meriti un castigo come quello che ci è stato inflitto? Tu dici che ripagherai i nostri nemici con la stessa moneta? Sono convinto che li ripagherai, e senza pietà, anche di questo non dubito. Voglio però sapere da Te: Esiste al mondo una punizione che possa espiare il crimine commesso contro di noi?…

Tra un’ora al massimo sarò con la mia famiglia, e con milioni di altri uccisi del mio popolo, in quel mondo migliore in cui non vi sono più dubbi e Dio è l’unico pietoso sovrano. Muoio tranquillo, ma non appagato, colpito, ma non asservito, amareggiato, ma non deluso, credente, ma non supplice, colmo d’amore per Dio, ma senza rispondergli ciecamente “amen”…”

Di certo quella manifestazione e queste forti parole da me lette davanti all’intero istituto in rigoroso silenzio mi hanno ulteriormente avvicinato emotivamente alla tragedia della Shoah. Ricordare è  importante, ogni film, ogni documentario, ogni manifestazione, ogni servizio dei vari TG, ogni singola iniziativa è fondamentale affinché tutto ciò non si verifichi mai più, ma nulla sarà mai così influente sulla nostra sensibilità come la possibilità di vederla da vicino quella tragedia, non attraverso uno schermo della TV ma visitando i campi di Auschwitz e Birkenau.  Io l’ho fatto e l’orrore l’ho provato davvero, sulla mia pelle. E’ un’esperienza che ti cambia per sempre, è un pugno nello stomaco impresso dal pugile più potente, è un dolore, una tristezza che sai bene che non puoi più scrollarti di dosso finché vivi. Quelle stanze colme di capelli, quegli occhiali intrecciati, quelle valigie con ancora scritti col gesso i nomi e gli indirizzi dei proprietari, quelle pentole, quelle scarpe, quelle baracche, quelle latrine, quei proiettili ancora sul muro, quei forni, quelle docce, quelle foto, ti cambiano la vita.

E’ per questi motivi che vivo sempre questo giorno con una spiccata emotività, davvero cerco di  immedesimarmi nel dolore anche se posso soltanto immaginarlo e solo molto lontanamente. Allo stesso tempo però penso anche a chi ha speso la propria vita per salvare quella gente, nel modo che gli era possibile, nella capacità che gli era consentita. La stessa Cracovia, il luogo da cui, senza neanche tra l’altro averlo in programma, sono partito per visitare quei luoghi di morte, presenta un esempio di vita come la fabbrica di Oskar Schindler, un uomo che partito con finalità non certo virtuose è finito col dedicarsi alla salvezza di centinaia e centinaia di ebrei del ghetto salvandoli da morte sicura, un giusto tra i giusti che Spielberg col suo film ha fatto conoscere al mondo.

Sono esempi come questo che ci fanno sperare nel futuro perché chi salva anche solo una vita salva il mondo.

N.B. le foto di questo post non hanno bisogno di didascalie, spero che non vi limitiate a guardarle per ciò che sono, semplici immagini,  ma per ciò che rappresentano e che testimoniano

Cracovia 2011 390.jpg

Cracovia 2011 473.jpg

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The Following

Questa serie TV mi ha destabilizzato, in tutti i sensi.  Mi ha rapito, poi mi ha angosciato, elettrizzato, esaltato. A volte mi ha fatto anche storcere un po’ il naso, ma mi ha incollato alla TV fino alla fine, fino alla mezza delusione finale. I commenti sul web erano unanimi,  la serie non ha entusiasmato tutti, e ci saranno stati validi motivi per cui non si è andati oltre la terza stagione. I detrattori danno la colpa alla seconda serie,  a loro avviso sottotono e colpevole di essersi fatta sfuggire le redini di una bellissima idea iniziale che ha però  ben presto preso il galoppo verso altri lidi. La verità? Io non ho avvertito questo calo. E’ vero, la serie durante le tre stagioni cambia pelle più volte, ma nonostante alcuni errori, alcune situazioni inspiegabili (come la “resurrezione” finale in stile zombie di una delle nemesi del protagonista), o incomprensibili o comunque poco realistiche da un punto di vista del modus operandi di una forza dell’ordine come l’FBI, tutti particolari che a volte fanno storcere un po’ il naso e che spesso fanno sembrare alcuni agenti dei supereroi e molti altri dei veri sprovveduti quando non corrotti o traditori,   a me, dicevo, la serie è piaciuta, e pure tanto. Davvero! Certo, forse anche un po’ troppo violenta, ma piena di colpi di scena, di belle intenzioni e di bei sentimenti. E’ il finale che mi ha spiazzato e che mi ha lasciato l’amaro in bocca, non perché dopo tanto patimento mi aspettavo finalmente una redenzione per Ryan Hardy, il protagonista interpretato da un grande Kevin Bacon, non perché mi aspettassi un lieto fine, ma perché più che un finale di serie sembra clamorosamente più un finale di stagione, come se fosse previsto un seguito, sempre più articolato, che in realtà però non c’è.

Trama

Ryan Hardy è un ex agente dell’FBI che è costretto a tornare in servizio per dare la caccia a Joe Carroll, un assassino seriale da lui arrestato anni prima che è adesso evaso e tornato al comando di un numeroso gruppo di follower, una  setta che sotto il suo comando scatena il panico uccidendo con modalità ispirate dai racconti di Edgar Allan Poe.

Stagioni: 3

Episodi: 45

Durata episodio: 41 minuti

Voto: ●●●○○  angosciante

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Quando io mi cerco e non mi trovo, io dove sono? Io sono nell'anima di un fiore

Vita

in tutto questo io mi perdo spesso

will write tomorrow

Essere liberi costa soltanto qualche rimpianto

The Italian Cinephile

Un cinefilo accanito, nerd di cinema, film e serie tv. Passione, recensioni e fan works.

ALIENA COME TE

la fantasia è un posto dove ci piove dentro

cuoreruotante

Le cose belle hanno il passo lento

Il diario della Prof

Il mio 1° sincero e dannato anno da insegnante...

Cose da V

«È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti» (Salinger)

Affy

a fine binario

LE PAROLE PER DIRLO

"Le parole sono l'impronta che lasciamo volando via". (A. Tabucchi)

Mi piacerebbe aprire un blog

la vita di una ragazza come tante :)

Idee del cuore

Raccontare le emozioni, attraverso il battito del cuore, perché la felicità è nascosta ma se troviamo la bussola scopriamo la strada giusta

Lievemente Resiliente

capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi... lievemente

Recensioni No Spoiler

Una cinefila che può darvi qualche consiglio

colpoditaccodotme.wordpress.com/

...anche le donne sanno parlare di calcio

ilprofumodelmondo.wordpress.com/

guardare il mondo con occhi diversi

frasivolanti blog

brevi pensieri, attualità, lavoro, musica, arte, cose belle da leggere e da vedere, #lemiememorie

Il blog del nano Rocco

Se é a pagamento non dá appagamento!

esetidicessiche

bene o male purché se ne parli!

mammagisella

Diario virtuale di una tri-mamma abbastanza normale

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