E’ il mio primo giorno negli USA, è domenica e la sveglia suona tardi, devo ancora smaltire il fuso orario. Esco alla ricerca di un posto dove mangiare con la mia fantastica Buick Enclave, la strada principale di Waukesha è costeggiata per intero da negozi, centri commerciali e ristoranti e la mia scelta ricade, così, senza un motivo particolare, su una pizzeria (che poi proprio  pizzeria non è), Pizza Chicago.

Entro. Il locale non è molto frequentato ma penso sia per una questione d’orario, mi siedo e ordino tenendo accanto a me il piccolo dizionario italiano-inglese che sarà protagonista indiscusso di una serata da Fuddruckers qualche tempo dopo. Un cameriere dai lineamenti ispanici  attratto dal dizionario si avvicina e mi chiede se sono italiano e di dove per l’esattezza. Alla mia risposta sgrana gli occhi e mi dice entusiasta:

– My wife Francesca is from Porticello.

Non faccio in tempo a compiacermene che lui subito telefona alla moglie e mi ci fa parlare. Francesca mi da subito del tu, mi fa un po’ di domande personali, cosa faccio lì, dove alloggio e cose così, come se fossimo cari vecchi amici che non si vedono da tempo, tutto questo in un siciliano stretto ma allo stesso tempo accompagnato da quella tipica intonazione americana che non scoppio a ridere solo perché sono ancora frastornato per quella  situazione così surreale. Dalla telefonata guadagno un invito a cena al ristorante dello zio di Francesca a Milwaukee. Pedro, il cameriere, mi scrive su un foglio l’indirizzo, insiste nell’offrirmi il pranzo nonostante le mie insistenze  e mi da  appuntamento per la sera.

E ora? Che faccio? Vado o non vado? E’ il mio primo giorno negli USA e già accetto un invito a cena da sconosciuti? Ci sarà davvero un ristorante? O sarà invece uno scantinato usato per il commercio illegale di organi ed io sono il prossimo inconsapevole donatore? Ma che vadano tutti al diavolo, non vado e chissenefrega!!! E invece si, vado! Sono negli USA da solo e qualche rischio devo pur prenderlo se voglio godermela!

E’ pomeriggio inoltrato, monto sulla mia Buick, inserisco il cd di Silvestri, imposto il navigatore e via. Dopo una mezz’oretta tra autostrada e piccole vie residenziali arrivo sul posto, è il ristorante indicatomi,  Carini’s. A touch of Sicily  è il suo nome. Davanti l’ingresso una bellissima Corvette nera. Entro nel locale titubante, è ancora presto, un uomo sui 55 anni, alto, dal viso buono e con il bianco grembiule da cuoco mi accoglie e si presenta, è Pietro, il proprietario,  e quando gli spiego chi sono e cosa ci faccio lì, un po’ in anticipo per cenare in effetti, mi accoglie come un figlio, mi mostra il locale ricco di quadri con  foto di Palermo, mi invita a sedermi al bancone del bar all’ingresso e comincia a raccontarmi la sua vita, dalla sua infanzia a Porticello quando lavorava come pescatore con il padre all’apertura del ristorante a Millwaukee, dai suoi hobby americani agli aneddoti dei suoi periodici ritorni in Sicilia,  e mentre mi parla di tutto questo si preoccupa che il mio bicchiere di pepsi sia sempre pieno fino all’orlo.

Si avvicina ora di cena e comincia ad arrivare gente, clienti ma soprattutto gli invitati al party familiare di cui a mia insaputa farò parte. Arrivano Pedro e Francesca con i loro quattro deliziosi figli, arrivano altri parenti e prendiamo tutti posto in una lunga tavolata in cui ognuno ordina ciò che vuole (io spaghetti alle vongole, per l’antipasto ed il secondo faccio fare a loro). La serata  si anima subito allegramente. Ovviamente almeno inizialmente sono io il centro dell’attenzione, tutti mi parlano, mi fanno domande, cercano di mettermi a mio agio, mi sorridono, e la nonnina che mi è seduta davanti  mi scruta, mi osserva continuamente, e nonostante io sia già saturo di cibo  non fa che ripetermi perentoria:

-Mancia! Ti rissi mancia! (Traduzione per i non siciliani: “Mangia ti ho detto”)

E’ proprio un momento conviviale d’altri tempi ed io mi sento il protagonista di un film, uno dei tanti con degli italoamericani protagonisti.

La serata finisce con le classiche foto ricordo e promesse di rivederci, Pietro intanto mi riempie di caramelle e biglietti da visita da dividere ai miei colleghi (su mia idea e iniziativa).

Non ci saremmo più rivisti ma ci saremmo sentiti per un bel po’ via mail.

Sono anni che ormai non ci scriviamo, ma questo però non vuol dire che mi sia dimenticato della mia famiglia americana, l’affetto rimane, la gratitudine aumenta.

21-09-2008 Ristorante siciliano

 

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