Non ricordo quando ho cominciato ad essere un vero fan dei Depeche Mode, ho dei vaghi ricordi a riguardo a cui non sono in grado di assegnare un ordine temporale. Però so che tutto è iniziato  un  pomeriggio di tanti anni fa, nel salotto di casa mia, quando intento a guardare distrattamente la tv o meglio a “vedere musica” su qualche canale tipo MTV o ALL MUSIC resto folgorato da una canzone che mi è sconosciuta ma che allo stesso tempo credo di conoscere da sempre. Il fatto buffo è che nonostante tutto lascio la stanza per parlare al telefono col mio amatissimo nonno ma una volta terminato mi precipito di nuovo in salotto giusto in tempo per leggere i titoli di coda del video, si tratta di un live di Enjoy the Silence dei Depeche Mode.

Depeche Mode… Depeche Mode…  penso di aver già sentito qualche loro canzone o comunque devo per forza averli già sentiti perché quel nome mi sembra così comune e allo stesso tempo così altisonante, così importante, così inizio la mia ricerca, inizio a conoscerli, ad ascoltarli. Li ho amati sin da subito, sono stati la colonna sonora soprattutto di un particolare periodo ma in generale della mia vita.

In quell’autunno del 2008 non me lo faccio ripetere due volte quando si presenta la possibilità di acquistare i biglietti per il  tour di Sound of the Univers, ne prendo due, uno per me e uno per Mariano che riesco a convincere perché, diciamo le cose come stanno, anche Valeria e Susanna, le nostre due carissime amiche di Roma, sarebbero state dei nostri.

Con i biglietti in mano è dura attendere  circa 10 mesi ma arriva finalmente giugno e anche i biglietti aerei sono pronti. Mariano deve partire due giorni prima per raggiungere suo fratello a Viterbo ma si addormenta, perde l’aereo, ed è costretto a ricomprare un biglietto per il giorno dopo. In tutto questo io parto da solo la mattina presto con uno zaino, tanto entusiasmo e nessuna idea di dove andare a dormire. Treno per Palermo, poi per l’aeroporto, una lunga attesa, aereo per Roma, trenino per la stazione Termini e treno per Viterbo. Davanti ai binari mi aspettano già Mariano e Ciccio in tenuta ginnica, con la divisa e le scarpe pronte anche per me, e subito saliamo in macchina direzione centro sportivo per una agguerrita partita di calcetto, ovviamente vinta. Anche la serata si rivela ricca di avvenimenti ed emozioni, ma io ormai sono troppo stanco e cammino per inerzia come uno zombie.

Il giorno dopo a Roma si gira un po’ per la città, ci si incontra con Manu, in quel periodo a Roma per completare degli studi per la sua tesi,  con la quale si fa anche tappa ad uno strano museo, e a metà pomeriggio ci si avvia verso lo Stadio Olimpico. Anche Manu, grande fan del gruppo inglese, ovviamente è dei nostri e per lei il biglietto potrebbe arrivare da un amico di Mariano a cui ne avanza uno, ma il tipo, che già non sta molto simpatico, ritarda notevolmente e a quel punto rischiamo provando l’ebbrezza del bagarino. Che gioia quando oltrepassiamo i cancelli, siamo lì, i Depeche Mode sono a pochi metri pronti ad emozionarci e io e Manu ci abbracciamo per la felicità, Mario no, lui a stento conosce un paio di ritornelli e solo perché gli ho regalato un cd per l’occasione.

Entriamo all’interno e l’emozione cresce. Passeggiare così in libertà per lo Stadio Olimpico, scendere dalla curva fino al campo di gioco, piazzarsi a centrocampo, guardarsi attorno e pensare che non è poi così grande, riesco a distinguere ogni minimo posto degli spalti, il viso di ogni singolo tifoso. L’attesa è abbastanza lunga, si parla, si scherza, si fa amicizia, di Susanna e Valeria nemmeno l’ombra.

L’inizio del concerto è previsto per le ore 21.30, alle 21.00 si spengono le luci, vedo la gente all’ingresso che comincia a correre, entrano i tre di Basildon con il resto della band e Manu è un rubinetto con la pelle d’oca. E’ un concerto fantastico, con uno spettacolo nello spettacolo. Si salta, si canta a squarciagola, si agitano le mani  seguendo Gahan sulle note di Never let me down again (da quanto sognavo di farlo!), vorrei non finisse mai! Mario passa più di mezzo concerto rivolto all’indietro alla ricerca di Susanna e Valeria, qualche decina di metri dietro di noi.  Con loro ci vediamo alla fine del concerto, ci salutiamo calorosamente, come sempre, scattiamo foto ricordo.

Non hanno posto in macchina per tutti e tre quindi adesso ci tocca arrangiarci per tornare in centro, destinazione Campo dei Fiori, dove grazie a Manu, ci aspetta un alloggio paracadute.

Raggiungere casa è una vera e propria odissea, non pensavo che una città come Roma potesse essere tanto disorganizzata per un simile evento, pochissimi mezzi pubblici ovviamente tutti stracolmi, niente taxi… ci incamminiamo a piedi e solo a metà strada riusciamo a prendere al volo, ma solo per qualche fermata, un autobus, poi di nuovo a piedi. Io seguo Manu, è lei che con incredibile sicurezza indica la strada, e dopo circa due ore di peregrinare Campo dei Fiori è lì davanti a noi. Ci rifocilliamo dalle fatiche con dell’ottima pizza, stiamo una mezz’oretta ad osservare il passeggio che nonostante la tarda ora è notevole.

La mattina dopo si riparte, si torna a casa tutti e tre, io sono ancora provato ma loro due  in attesa dell’aereo trovano le forze per disquisire come loro abitudine,  sulle loro solite storie, sulla bravura di Pollock, su qualunque cosa … sai che novità, però quanto mi diverto ogni volta!

Questo è il racconto di un’avventura che ricorderò sempre, che a posteriori è ancor più bella perché, tralasciando per un attimo  il concerto, è stata l’unica occasione in cui tre grandi amici si sono ritrovati insieme per un’avventura fuori dalla solita noiosa routine di paese, e viste come si sono poi messe le cose, chissà, penso anche che sia  l’ultima, e non ce ne siamo nemmeno resi conto.

Vi voglio bene.

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