Ho sempre vissuto con la musica in testa.  I miei più antichi ricordi sono di me bambino piccolo in adorazione davanti al giradischi rapito dalle musiche di The Wall dei Pink Floyd ma soprattutto da quel vinile che all’esterno era per me così insignificante ma bastava aprirlo per rimanere folgorato da tutti quegli strambi personaggi raffigurati. Penso che la mia passione per la musica si possa far risalire a quei momenti.

Mio padre durante la mia infanzia era un elemento abbastanza attivo nel portare avanti l’industria musicale in Italia. Erano i tempi della vera musica, dei veri artisti, delle musicassette e dei vinili che lui acquistava abbastanza spesso, soprattutto artisti italiani come Venditti e De Gregori, ma nel mobiletto dello stereo potevo trovare anche Dalla, Vanoni, Beatles, Ron, Alunni del Sole e Ruggeri (il cui vinile La parola ai testimoni fu il primo da me messo sul piatto e fatto accarezzare dalla testina) insieme a tanti altri.

In realtà l’unico vero  mito di mio padre è sempre stato  Lucio Battisti.

Ogni uscita era celebrata a casa come un evento, me lo ricordo ancora, e ogni disco veniva acquistato in tutte le forme disponibili, che poi erano le due suddette, vinile e musicassetta. E’ per questo che oggi ci ritroviamo una collezione completa che varrebbe un bel po’ se mio padre non avesse ceduto a diversi attacchi di pazzia che lo hanno portato a:  1) cimentarsi in una inutile quanto ridicola catalogazione dei suoi tesori musicali andando ad apporre su ogni copertina un adesivo con su scritto un numero che neanche so cosa voglia significare (e non lo voglio neanche sapere in realtà!). Me lo ricordo ancora quel pomeriggio di tanti anni fa, nel tavolo del soggiorno, io piccolino a guardare e lui intento a ritagliare, scrivere ed incollare, e già allora non ne capivo bene il motivo anche se penso che mi abbia impressionato a tal punto da influenzare la mia futura passione per il controllo, gestione e catalogazione delle cose; 2) usare alcune copertine di vinili come quadri da appendere nel suo studio in garage, con tanto di chiodi a rovinare irrimediabilmente delle chicche di gran valore.

Ovviamente, volente o nolente, conosco tutta la discografia di Battisti a memoria, e oggettivamente ne riconosco la grandezza, un disco come  Anima latina ad esempio è ancora oggi, dopo decenni, inarrivabile, ma questo a mio padre non lo dico, comincerebbe con la sua solita tiritera sulla differenza tra Lucio e gli altri per poi passare a denigrare i miei di idoli, non riuscirei più a fermarlo.

I dischi di Battisti a cui sono più affezionato però sono quelli scritti insieme a Panella, i cosiddetti “Bianchi”, e questo perché li ho vissuti totalmente e intensamente essendo usciti proprio nel periodo della mia infanzia. Ricordo ad esempio quei sabati di inverno dopo pranzo quando prima di accompagnarmi al campo per il calcetto mio padre mi faceva sorbire per ben due volte di fila l’ascolto del  bianco del momento.

Ora, i Bianchi li conoscono in pochi, sono sempre stati criticati per il loro significato ermetico (ma quale significato? Ce n’è davvero uno?), il loro non-sense. Non hanno entusiasmato, non sono entrati nel cuore della gente, non hanno venduto, sono passati quasi inosservati, eppure, dando oggi anche un’occhiata ai commenti su Youtube, anche in quel caso Battisti aveva guardato lontano. I bianchi adesso, dopo vent’anni, stanno pian piano risorgendo, vengono riscoperti, mi è capitato ultimamente di leggere (e quindi poi commentare) post su FB di ragazze che riportano versi di queste canzoni oppure che ne linkano i file audio, e c’è chi grida alla poesia, al capolavoro, addirittura alla superiorità di Panella rispetto a Mogol.

Dopo vent’anni!

Io li ho sempre amati, anche quando, per la maggior parte dei casi,  per non dire nella totalità, di quei testi non ci ho mai capito un tubo.

Ed ecco che alcuni giorni fa su Amazon ti becco questo libro, “Da Don Giovanni a Hegel” di Alexandre Ciarla, con recensioni altissime. E’ l’unico libro sui Bianchi che si pone come finalità quello di analizzare tutti i dischi e spiegarne il significato canzone per canzone, strofa per strofa. Non potevo lasciarmelo sfuggire e finalmente oggi l’ho ritirato. Per prima cosa ho fatto una foto e l’ho inviata a mio padre, che al momento si trova  in vacanza nel suo paese di origine, con sotto la proposta “10 € e te lo faccio leggere” . Ha subito risposto con una cascata di emoticons di cuori e sorrisi, a lui così indigesti di solito, e ha iniziato a tempestarmi di domande…penso che il suo ritorno a casa non sarà poi così traumatico.

Successivamente ho dato una sfogliata all’interno leggendo qua e là a caso e ho pensato a quanto sarà bello ed entusiasmante dare finalmente un significato, chiaro o recondito che sia perché sempre di interpretazione si tratta, a canzoni che fino ad oggi sono state per me per lo più cozzaglie di parole sistemate alla rinfusa e musicate.

Dalle poche righe lette mi si è aperto dentro un mondo nuovo,  ma non dirò neanche questo a mio padre.

Note

Con il termine “Bianchi” si intendono i cinque album di Battisti (gli ultimi prima della sua morte) scritti con il paroliere Pasquale Panella. Vengono chiamati “Bianchi” per via delle loro copertine, completamente bianche appunto con al centro un disegno (creazione dello stesso Battisti) o una lettera o un insieme di lettere. I cinque album in questione sono: Don Giovanni (1986), L’apparenza (1988), La sposa occidentale (1990), Cosa succederà alla ragazza (1992), Hegel (1994).

P.S. Questa non è una recensione del libro, che ancora non ho neanche letto, quanto un insieme di impressioni, ricordi e considerazioni personali. E’ per questo che il post verrà inserito nella sezione Diario e non in quella Libri

 

Annunci