Forse non vi ho mai detto che anni fa ho fatto parte della redazione di un giornalino, un inserto di 6 pagine a carattere giovanile all’interno del giornale dell’oratorio che aveva una buona distribuzione in Paese quando esso era ancora pieno di ragazzi che in estate sembrava di essere quasi a Ibiza e d’inverno ci si divertiva comunque, a volte anche di più, non quella landa desolata che è diventata oggi. Non c’erano ancora gli smartphone, forse eravamo agli albori di Live Space di MSN e si usava ancora la vecchia mitica chat di C6 (la ricordate?), e noi ragazzi avevamo troppo da fare in giro, per le strade, per le associazioni, con le turiste (per me avventure tipo Le vacanze dell’83  dei Baustelle). E’ stata un’esperienza molto costruttiva quella del giornale che ho portato avanti per un annetto, poi  ho mollato, sapete, divergenze d’opinioni. Avevo portato tante novità a quel progetto, l’avevo fatto crescere, e non mi andava vederlo morire per colpa di scelte “editoriali” a mio avviso ridicole e di basso livello, suggerite da nuovi collaboratori e avallati dai due fondatori. E infatti poi morì.

Tra gli articoli pubblicati con il mio nome ricordo con affetto questo, sia perché l’argomento trattato mi coinvolge sentimentalmente sia perché rileggendolo dopo tanti anni non mi viene voglia di chiudere le pagine per la vergogna.

Lo ripropongo oggi, qui in calce, perché dopo ben 11 anni il problema sembra essersi ripresentato. Questa volta però la storia è diversa. Non c’è nessuna mobilitazione generale, giusto due ragazzi che da giorni raccolgono firme tra i passanti per portare avanti una petizione contro la chiusura del posto. Io questa volta non scendo in campo. Certo, vedere il mio vecchio oratorio, luogo dove ho passato tutta la mia infanzia e adolescenza, trasformarsi in qualcosa di altro, sentimentalmente mi intristisce, così come vedere scomparire quel campo da calcio in cui ho lasciato tante fatiche ma che mi ha regalato anche grandi gioie. Sinceramente però credo che per il bene della comunità bisogna guardare avanti. Mi sono documentato sul nuovo progetto e devo dire che mi ha entusiasmato per come andrebbe a riqualificare l’intera area rendendola più moderna e più fruibile a tutti i livelli se venisse realizzato. Questo con buona pace di quei due ragazzi che ancora si battono, gli unici due a cui ancora giova il grande complesso ormai tristemente vuoto  e non più utilizzato, comodo ormai solo per guadagnare qualche soldo trasformando d’estate il campo da gioco in un parcheggio o offrendo delle lezioni di atletica ai bambini. Una battaglia puramente egoistica la loro, tralasciando il fatto che si tratta pur sempre di un immobile privato e quindi non saprei nemmeno che valore dare a questa iniziativa.

E così, rileggendo il mio articolo potrei dire che anche in quell’occasione   i ragazzi della Via Pal hanno vinto la battaglia e poi perso la guerra. E’ stato bello comunque combattere per la propria memoria, quando questo aveva un senso. Oggi no, oggi la sconfitta potrebbe avere un sapore dolce, per una volta. Forse.

“I giovani sono sacri, lo spazio a loro dedicato è sacro: non si tocca impunemente nè l’uno nè l’altro”.  Questo era il messaggio stampato su tutte le magliettine dei partecipanti ad un torneo di calcio svoltosi il 27 novembre  (2005 ndr) sul campo dell’Oratorio Murialdo. Circa 50 persone, di ogni età, si sono divise in quattro squadre, secondo il colore delle maglie (rosa, blu, gialle e rosse), per testimoniare il loro sostegno a favore di chi si batte affinché quel campo che ha visto crescere, divertirsi e vivere, per circa 50 anni migliaia di ragazzi OMISSIS e non, non diventi un banale parcheggio. E’ stato un pomeriggio di festa che solo il maltempo ha potuto fermare, anche se c’è chi ha pensato che in realtà il temporale che si è abbattuto quella sera non sia stato un male, bensì un’occasione per continuare a manifestare il proprio appoggio per la successiva domenica (giorno in cui si è giocata la finale del torneo). Fino a quel momento comunque tutto si è svolto al meglio. La partecipazione è stata numerosa non solo per quanto riguarda i giocatori ma anche e soprattutto per le tantissime persone che sfidando il freddo non hanno voluto fare mancare la propria presenza ai bordi del campo. Non sembrava affatto lo scenario di una semplice partita tra amici ma quello di una partita ufficiale, come quelle che lo stesso campo ha ospitato fino a qualche anno fa e a cui io ho avuto la fortuna di poter partecipare. Ricordo, infatti, anni di fatiche durante gli allenamenti, anni di partite la domenica mattina condite dal tifo di tanta gente che uscita da messa o passata di lì per caso (anche se per molti era un appuntamento fisso), si fermava incuriosita occupando in maniera compatta tutto lo spazio disponibile intorno alla rete di recinzione. Ricordo anni di gioie e divertimenti ma anche di delusioni e amarezze che mi e ci hanno fatto crescere. Quello, è il posto dove tutti più o meno siamo cresciuti, è ormai parte integrante del luogo e alzi la mano chi pensa di potere immaginare OMISSIS senza. E’ per questo motivo che speriamo che almeno per una volta, questa volta, l’impegno di noi, “ragazzi della via Pal” non sia vano. Noi auspichiamo un finale diverso da quello del famoso romanzo di Molnar: noi desideriamo un finale in cui altri ragazzi di altre generazioni future possano crescere così come noi su quello stesso rettangolo di terra battuta che è il nostro campo, il campo dell’Oratorio Murialdo.

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