“Ragazzi non riesco a raggiungervi, ci vediamo domani in ufficio.”

Lucia mandò un messaggio su Whatsapp a Matòs sperando che lui non rispondesse, cosa che invece fece dopo neanche un minuto:

“Ehi… Ci bidoni per il bel dottorino eh? Va bene, a domani, eh.. Divertiti…”

A Lucia parve che Matòs non fosse minimante infastidito per avergli dato buca, ma lasciò correre, non era tempo di preoccuparsi del proprio ego, non poteva e non voleva, e poi tutta quella confidenza che lui aveva preso in così poco tempo non le faceva poi tanto piacere, la infastidiva un po’ in realtà.

“Senti Ferenc, possiamo andare da lei? Adesso intendo.”

“Si… Non so se è il caso vista l’ora, però se proprio vuoi possiamo provarci”

La sua espressione non lasciava trasparire nulla di buono. Lui era un dottore affermato, era in grado di vivere con distacco le malattie dei pazienti, sicuramente sarebbe riuscito ad essere professionale anche in questo caso, anche adesso che la paziente era sua mamma.

“Vieni prendiamo la mia macchina, così arriveremo prima.”

Il percorso in macchina fu particolarmente imbarazzante. Ferenc non proferiva  parola e Lucia iniziò a pensare di essere stata fuori luogo con quella richiesta, pensò “Per me è solo una signora tanto dolce quanto simpatica, non siamo legate a doppio filo da nulla, chissà come mai me la sono presa tanto a cuore…certo che vederlo così triste…”

“Ehi…Mi racconti un tuo ricordo da bambino?”

“Perché mi fai questa domanda?”

“Perché quando sono triste vado a ricercare nella memoria un momento che mi ha reso felice, così solo per non dimenticare mai la sensazione che si vive quando si sta bene, quando siamo circondati dalle persone che ci amano.”

“Lucia, non so se la mamma supererà le quarantotto ore. La situazione è compromessa, l’ictus è stato davvero forte, la sua salute è precaria. Sono un medico, riesco a vedere la situazione in modo razionale. Fa male, ma la morte è parte integrante della vita…Sai perché ti sto portando da lei?”

“Beh,  te l’ho chiesto io… Forse perché… No non lo so…”

“Da quando vi siete incontrate mi ha parlato spesso di te, penso che abbia visto in te la figlia che non ha mai avuto ma che ha sempre desiderato. Da giovane, quando io ero ancora piccolo, la mamma ha avuto un esaurimento. Per un periodo di tempo, prima che gli ospedali diventassero parte integrante della sua giornata, si era convinta che io fossi una femmina, così mi vestiva da bambina, voleva che io mi comportassi da tale, non mi faceva giocare con gli amici a pallone…Ho solo un vago ricordo di quel periodo. Mia zia, la sorella di mia mamma, mi è stata accanto. Ricordo che per un periodo di tempo andai a vivere con lei ed i miei cugini mentre mio padre si occupava di mamma facendo spola tra le varie cliniche. Ci mise del tempo a riprendersi. Io ormai ero cresciuto ed in me si fece sempre più forte la convinzione che sì, da grande avrei fatto il dottore per curare le sofferenze degli altri. Ripeto, non mi ricordo molto ma so che inconsciamente quel periodo mi ha segnato per sempre.”

Erano giunti in ospedale e scesero dalla macchina, “Su forza entriamo.”

“Dottore, buonasera…”

Uno stuolo di infermiere  e dottorandi  accolsero il medico con grande reverenza, ma Lucia notò anche un pizzico di  compassione, sicuramente per via di quella situazione delicata.  Era il modo per fargli sentire la loro vicinanza. Dovevano volergli molto bene.

La clinica era ben tenuta,  ricca di decorazioni, non odorava di disinfettante, i muri non erano di quel verde tipico degli ospedali ma esplodevano dei vivaci colori dell’arcobaleno.  Non pensava che avrebbe potuto mai vedere cose del genere.

“Vieni Lucia, di qua…”

Entrarono in stanza. Una serie di tubi circondavano il viso della signora. Gli occhi chiusi ed i macchinari accanto al letto riportarono Lucia alla realtà. Si avvicinò e le prese la mano, accarezzandola sussurrando le disse:

“Signora, sono Lucia, si ricorda? Ci siamo conosciuti in aereo.”

Una debole stretta comunicò a Lucia che si, la signora l’aveva sentita e l’aveva riconosciuta, e Lucia si convinse che era felice di rivederla. Poi alzò gli occhi e si accorse che anche il sig. Nemecsek era lì, seduto in un angolo, angosciato,  a vegliare sulla moglie. Si avvicinò e lo abbracciò.

“Siamo qui, in attesa… Ferenc continua a dire di farmi forza, che lei non ce la farà, ma io ci spero ancora. Mia moglie ha avuto parecchi problemi di salute e li abbiamo sempre superati insieme, non voglio credere che non ce la faremo anche questa volta. Mio figlio è più duro,  ha un carattere molto simile a quello della madre, ha anche sofferto molto per il loro rapporto…io… io lo capisco.. però io…”

Lucia gli asciugò le lacrime, lo rincuorò e lo abbracciò per poi dirigersi verso l’uscita. Ferenc aveva assistito alla scena ma si era dileguato verso il corridoio prima che lei si voltasse verso di lui. Lucia lo trovò lì, mentre fumava pensieroso alla finestra.

“Eccoti, ti ho trovato… Certo che un dottore con la sigaretta tra le mani, stoni eh…Non entri? Non credi di essere nel posto sbagliato?”

“Facile per te. Mio padre ti ha convinta eh? Sono la pecora nera, quello che non fa altro che sbagliare.. La persona che mi ha fatto da madre è mia zia… Io considero lei come madre, non quella donna che…”

Una lacrima fece capolino su quei lineamenti duri.

“E’ inutile che fai il duro, fa male anche a te. Avrai pure sofferto in passato, puoi avere mille ragioni, ma lei è tua madre, la persona che ti ha messo al mondo, e tu non riesci a fregarmi, si vede lontano un miglio quanto stai soffrendo per lei, su dai, torna dentro.”

Ferenc  cominciò a singhiozzare, pronunciò qualcosa  di incomprensibile, ma prima di ripetere la frase in maniera chiara venne chiamato dall’infermiera giunta trafelata. Era molto agitata.

“Dottore!! Venga!”

Un rantolo, e la signora abbandonò ogni forza, i due uomini in piedi ai lati del letto le fecero una carezza.

“Addio mamma”

“Addio amore mio…”

Scritto in collaborazione con Marta Vitali di Pensieri Loquaci

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