Tra il mio primo e secondo viaggio negli USA per i corsi di specializzazione non sono tornato a casa ma sono rimasto a Milano. In quel periodo ero ancora legato tramite la mia borsa di studio ad un grande ospedale del capoluogo lombardo e  lo stacco tra un viaggio e l’altro era solo di due settimane.

E’ così che i miei mi vennero a prendere all’aeroporto di Palermo dopo non avermi visto per un mese e mezzo di cui 4 settimane passate in territorio Americano. La prima cosa che mia madre mi disse, prima ancora di salutarmi, fu:

–          ma cosa hai fatto?

E cosa avevo fatto mai? “Nulla” risposi.

L’amara verità la scoprii una volta arrivato a casa dopo aver consultato la bilancia. In quel lasso di tempo avevo messo su ben 12 kg! DODICI!

“Come?”  Vi domanderete.

Non ero certo partito con quelle intenzioni io, mi sono lasciato sopraffare dopo una dura resistenza. Ci ho provato a non cadere in tentazione, a volte ho storto pure il naso davanti a certe offerte, ma è bastato cedere un attimo, per soddisfare una curiosità o un’offerta di qualcuno,  per rovinare tutto e precipitare in un tunnel senza fine di pericolose abitudini.

La mensa! Oddio, se ci penso! Un enorme salone ricco di portate in cui potevi servirti fino a scoppiare. Si iniziava a colazione quando mi avvicinavo al cuoco con la seguente richiesta:

–          a omelette with all, please

e davanti ai miei occhi, con un sorriso complice, lui mi preparava  quell’enorme bontà di uova, ceddar, prosciutto, cipolle, peperoni, piselli, funghi e tanto altro ben di Dio. E poi ovviamente le fettine di pancetta fritta, coni gelato e mezzo (proprio mezzo!) melone bianco. Tutte le mattine lo stesso menù.

Tra la colazione ed il pranzo c’erano le pause dalle lezioni, di solito una ogni ora, dove ci si recava tutti in un’aula con la tv e dei ripiani traboccanti di caramelline gommose, frutta secca,  gelati e bibite.

Del pranzo e  della cena non ve ne parlo neanche, non saprei da dove cominciare. Vi dico solo che una volta, seduto al tavolo con dei francesi con i quali ero in gruppo per le lezioni pratiche in laboratorio, ho dovuto passare il tempo a convincerli che stessi bene. Erano preoccupati, avevo mangiato “solo” cinque fette di carne.

Ed i pasti fuori dal building. Non dimenticherò mai la Jambalaya, un piatto della Louisiana, una specie di risotto con pollo, salsiccia e gamberi. L’ho mangiata sia al Rock Bottom, locale del centro di Millwaukee situato proprio davanti la statua di Fonzie, che al Cheesecake Factory, sempre semplicemente goduriosa.  Così come non dimenticherò mai le fantastiche cene messicane dentro la carrozza della Estacion.

Di tutto questo ho ancora i segni, le mie due maniglie dell’amore, i più grossi souvenir che ho portato con me dagli States.

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