Il vero appello dei miei anni di liceo  non è stato quello di classe. L’appello per eccellenza, quello per cui il termine appello  si è trasformato in un’icona indimenticabile, l’ ”Appello” appunto, era quello che si faceva in autobus.

Al mattino, una volta saliti a bordo, preso posto e cominciato il tragitto, il brusio generale, un po’ assonnato in verità, veniva ridotto al silenzio dalla parola d’ordine gridata da Pio & Piero (ve li ricordate?) che tutti noi aspettavamo quasi con trepidazione: “APPELLOOO”.  Non era altro che una lista di nominativi non scritta e neanche completa dei passeggeri abituali dell’autobus, di noi pendolari insomma. Le regole erano semplici: una volta chiamato dovevi alzare la mano e gridare: “PRESENTE!”, pena un “cappotto” (una razione di botte) che sarebbe stato perpetrato dai giustizieri (di solito un paio di ragazzi) agli ordini dei due capi dell’autobus. In realtà era un gioco che direttamente e indirettamente divertiva tutti, autista compreso che partecipava attivamente al gioco in quanto inserito in elenco.

Nessuno è stato mai picchiato…tranne Vanni!

Di solito il suo nome veniva proferito piano piano, quasi sussurrato, per evitare che alzasse la mano, ma in realtà ognuno conosceva perfettamente il suo turno in lista e in questi casi lui la alzava lo stesso, con sicurezza. Certo, questo non voleva dire niente, un giorno il malcapitato accompagnò il suo “Presente” con un pugno alzato, non un dito o la mano, un pugno, che poi era lo stesso. Non per Pio & Piero che a quella vista risposero subito “PUGNO!”, e la punizione venne subito eseguita.

Io invece mi distinguevo per la velocità con cui rispondevo alla chiamata, velocità che faceva divertire da matti Pio & Piero. Del mio tempo di reazione non potevo certo lamentarmi anche come portiere di calcio d’altronde.

Non era violenza ma solo un gioco per addolcire il tragitto. In realtà era un altro il gioco di cui Vanni doveva aver paura…

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