E così ho allungato la mano e toccato Dave (non la fede!) per la seconda volta. Che poi non l’ho toccato ma quasi,  nonostante avessimo in mano un biglietto prato, e non il tanto ambito prato gold, abbiamo facilmente trovato posto  vicino al palco.

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Parto dalla fine perché la differenza sta tutta qui. I Depeche Mode ci avevano abituato nei vari tour a terminare il concerto con una ballata. Anche nel 2009, ai tempi in cui andai a vederli per il Tour of the Universe, si congedarono con Waiting for the night.  Questa volta invece no. Questa volta il concerto è stato molto più rock,  ed il  saluto finale è stato eclatante con una potente e infinita versione di Personal Jesus che ha fatto cantare e impazzire tutti. Ancora oggi il mio cervello non fa che riprodurre quell’urlo, Reach out and touch faith, infinite volte al giorno. Un eco interminabile. Un mantra.

Non che gli altri pezzi siano stati inferiori come forza d’impatto. Cavolo! Anche Wrong mi ha conquistato, e di certo non è mai stata tra le mie preferite. E poi quelle chicche: Barrel of a gun, Stripped, la bellissima e sorprendente quanto ad arrangiamento A pain that I’m used to, l’emozionante cover di Heroes di David Bowie.

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Ho messo da parte la mia proverbiale apparente tranquillità per indossare i panni di un estremo invasato alle prime note di Everything counts terminata poi con una lunghissima coda intonata dal pubblico, sempre protagonista durante le due ore e mezza di concerto,  53000 persone che non aspettano altro che Dave gli porga il microfono per cantare a squarciagola di quelle mani che arraffano tutto quello che possono, perché anche nelle grandi quantità ogni minima cosa conta.

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Si Dave, più mefistofelico del solito con quel pizzetto infernale. Canta, balla, sculetta, si muove su e giù, avanti e dietro, da un piano all’altro, raffinato e al tempo stesso conturbante,  pochi come lui sanno gestire il palco in quel modo, con quell’autorità, con quella padronanza, quella capacità di coinvolgere il pubblico come nessun altro, quel carisma assoluto che conquista tutti, soprattutto il pubblico femminile.

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E a Dave fa il giusto contraltare il grande Martin Lee Gore, con la sua pacatezza ed eleganza, anche nel cantare quelle ballate ormai di sua esclusiva competenza come Somebody, A question of lust ma soprattutto la meravigliosa Home, da sempre uno dei momenti più emozionanti dei loro concerti, soprattutto quando il riff finale della sua chitarra viene declinato vocalmente da tutti i presenti per minuti e minuti, a canzone abbondantemente finita, anche dopo il rientro di Dave che incita il pubblico a continuare, e noi continueremmo all’infinito se non aspettassimo altre emozioni.

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Perché si sa, non c’è concerto dei Depeche Mode senza la poesia di Enjoy the Silence cantata in duetto Dave-fans e senza le paure rinfrancate  di Never let me down again, con quel gioco di braccia che tutti aspettano e sognano da mesi, da quando hanno comprato il biglietto, forse lo hanno comprato proprio per quello.

Il Global Spirit Tour miete consensi da plebiscito. Molti amici nelle tre date hanno partecipato a questo spettacolo musicale condividendone le intense emozioni ed il più grande soddisfacimento. Io e Tessa ne siamo usciti stanchi ma raggianti, colmi di felicità, sicuri di aver vissuto una notte che non scorderemo mai e che vorremmo presto ripetere, magari per qualche data invernale.

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Abbiamo aspettato un bel po’ prima di uscire dallo stadio. Intonando i versi della mancata Just can’t get enough siamo rimasti in attesa di una ulteriore apparizione che sapevamo già che non ci sarebbe mai stata, ma sapete come funziona a volte, delle catene invisibili ti tengono lì, fermo, ad assaporare ancora i momenti, restii a riprendere il normale corso delle cose.  Poi siamo finalmente scivolati via, in quella calda ma bellissima notte romana, e allora ci sono tornate in mente le parole di Martin e fiduciosi abbiamo alzato gli occhi al cielo:

Vedi le stelle, stanno brillando luminose. E’ tutto a posto stasera.

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