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una vita non basta

Just hang on and suffer well

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Musica

Non posso vivere lontano dall’amore

Abbiamo dovuto aspettare solo un anno questa volta prima di poter avere tra le mani un nuovo lavoro dei Baustelle. Questo non dovrebbe sorprendere più di tanto analizzandone la genesi: scritto durante il tour del precedente disco il nuovo ne è la naturale continuazione, o contrapposizione, a partire dal titolo, uguale se non per quel “volume 2” di distinzione, al concetto grafico, molto simile, con le stesse due ragazze ritratte, gli stessi colori, la stessa atmosfera vintage. Si parla sempre di amore e di violenza, ma non più di amore nella violenza bensì di  violenza nell’amore, dando vita ad un lavoro molto introspettivo, molto malinconico, in cui l’amore non ha la vena salvifica assunta nel primo volume ma diventa sofferenza per sensibili amanti illusi e disillusi.

L’amore è negativo,  la più bella ballata del disco, sin dal titolo ne è il manifesto programmatico  “Perché l’amore è negativo, perché la pace un giorno finirà. Il nostro cuore è sporco e cattivo, il vero amore ci distruggerà. Mi manchi davvero, lo sai?”. Eppure, dopo il pezzo d’apertura, lo strumentale Violenza (da notare come le due canzoni strumentali smoettono di essere solo un interludio), la prima canzone, e primo singolo, Veronica n°2 , è la classica canzone d’amore, un amore incondizionato e totalizzante: “Non voglio piangere sul tuo passato, non ne so nulla degli affari tuoi, di chi è venuto, di chi se ne è andato, di chi ti ha toccato il culo, di chi ti ha detto di sì…Vedi la vita diversa con Veronica. Chiedi un mondo migliore per Veronica, uccidi per poterla salvare, per toccare la pelle di Veronica, gli occhi di Veronica, l’ombra di Veronica. Vivi per Veronica”. Una canzone meravigliosamente pop e radiofonica, con quelle sonorità e quel  “la la la baby come on”  che fanno “molto Pulp”, tanto Common people , “pure troppo” direbbero i detrattori. Ma del resto sono queste le sonorità che da sempre hanno distinto i Baustelle dal desolante panorama della musica italiana di oggi: testi poetici, quel tocco seventy-  eighty così vintage ma a cui allo stesso tempo ci stiamo disperatamente riaggrappando, spaghetti western e Morricone.

L’idillio amoroso però non dura molto e già nella terza traccia, Lei malgrado te  si trasforma in lacerante sofferenza. Il tema è quello classico, lui sta con lei ma ama follemente un’altra (“Stare lontano da te e accontentarsi di quello che c’è non è la soluzione migliore per me, ma che ci vuoi fare”), per quello che presumibilmente diventerà un grande classico del gruppo grazie anche ad un ritornello fantastico, sicuramente uno dei vertici del disco: “Lei malgrado te muore per me, vive per me, ma non sa niente della vita e del dolore”.  In  A proposito di lei, canzone che sa molto di Sanremo, ma  Sanremo quello degli anni migliori, o meglio ancora molto Patty Pravo, c’è  il rancore di chi è stato mollato, di chi muore di gelosia vedendo il suo uomo ricominciare con un’altra. Una canzone di risentimento, rabbia,  delusione, di tempo sprecato, di ricerca del distacco, nonostante una melodia allegra e solare “Lei, solo sciocchezze fai per lei. Cosa me ne frega se tu con lei scrivi canzoni, stai con lei. E non ho pietà, una come lei la regalerei. Che farai? Quando ti lascerà dove andrai?”

E’ con Perdere Giovanna che si tocca in maniera diretta, senza fronzoli, il topic. Ci si rende conto di come è facile innamorarsi ma è ancora più semplice disinnamorarsi. E’ così che  ritrovare la libertà, ricominciare con un’altra donna, coniugare nuovamente al presente il verbo amare, diventa quasi naturale,  perdere la donna con cui prima si era condiviso tutto diventa un’azione elementare, come perdere un accendino o le chiavi, anche se rimane sempre il dubbio che potrebbe trattarsi di un errore (“Cancellare in un colpo solo tutti i suoi messaggi per un errore madornale”).

Veronica n°2 però non è l’unica canzone d’amore positivo del cd. Baby, senza un  ritornello o essa stessa nella sua interezza un ritornello,  racconta l’innamoramento, il desiderio di passare il tempo insieme, riempire le giornate, i vuoti.  Tazebao, la canzone più rock del disco, segue la stessa riga sfociando però nell’attualità: mentre fuori il mondo va a rotoli tra Casa Pound, negri, fascistelli e bombe, i due amanti rimangono chiusi in casa,  quasi insensibili a quanto li circonda, decisi ad amarsi ovunque e comunque (“E tu vuoi vivere con me. Dici: <<Forever io e te. Milano, Roma, assassinati, in coma, che problema c’è?>>”). Chiaro il collegamento ad Eurofestival del primo volume, io però ci vedo anche Io e te nell’appartamento del Sussidiario. In questi due pezzi l’amore è salvifico ma contiene anche dei retrogusti amari, soprattutto nel primo pezzo: le insicurezze, il tormento del tempo che passa, la paura che non duri in eterno (“Vedi, non sono triste come ti aspettavi, non sono gli altri uomini che amavi. E dammi tanto e non mi abbandonare perchè senza di te non so che fare“).

A proposito del Sussidiario, Caraibi era stata scritta proprio per il cd di esordio anche se è poi rimasta in incubazione fino ad oggi. Un amore giovanile finito male, il dolore  di chi è stato lasciato che brucia ancora nonostante il tempo trascorso, il non capire il senso di tutto ciò (“Per quanto riguarda me, non ho capito niente dell’amore che finisce”) . Un bellissimo cantato che esplode in un ritornello inglese molto easy, molto Le vacanze dell’83 di cui mi sembra  un naturale prosieguo sia musicale che testuale, la mia preferita del cd.

Chiudono il cd l’altro pezzo strumentale, La musica elettronica  (in contrapposizione alla musica sinfonica del primo capitolo, così come Violenza del resto si contrappone a Love);  il secondo  singolo estratto, e non per niente, Jesse James e Billy Kid, trascinante singolo dal sapore spaghetti –western, ed  Il Minotauro di Borges, apertamente ispirato al racconto del minotauro contenuto nel L’aleph, il celebre libro dello scrittore argentino. E’ qui che a mio avviso si raggiunge l’altro apice del disco, soprattutto nella lunga coda strumentale vagamente psichedelica in cui ritorna ripetutamente la frase “Amore mio”, amore che però il minotauro non conoscerà mai, ovvero il paradosso di essere libero ma non essere uomo. Triste quanto emblematica chiusura di un cd di ottima fattura sia musicale che testuale, un gradino sopra rispetto al precedente, ed è già tanta roba.

Bianconi può anche dire che “le canzoni me le scrive il cane” , può parlare di 12 pezzi facili, che è anche il sottotitolo dell’album, ma di facile qui non c’è nulla. Sotto queste leggere e orecchiabili melodie pop, dietro la sempre più emozionante voce di Rachele, si cela tutto il sentimento umano, e la sensibilità fa l’ascoltatore ghiotto, in fondo  “dietro ogni fiorellino si nasconde un tumore”. E’ la Siberia trasformata in pop, Fiumani penso che abbia apprezzato, perchè l’amore è si sofferenza,  ma come recita Lei malgrado te,  è impossibile viverci lontano.

Complimenti al cane.

Tracklist: 1) Violenza (strumentale);  2) Veronica n°2; 3) Lei malgrado te; 4) Jesse James e Billy Kid; 5) A proposito di lei; 6) La musica elettronica (strumentale); 7) Baby; 8) Tazebao; 9) L’amore è negativo; 10) Perdere Giovanna; 11) Caraibi; 12) Il minotauro di Borges

Voto: ● ● ● ● ○  Siberia in pop

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L’impossibile non c’è

Se l’utopia rappresenta un’idea irrealizzabile al contrario l’eutòpia è il luogo dove si materializzano benessere e felicità. E proprio la ricerca di questa terra promessa, nonostante una società che va sempre più a rotoli, è il tema principale dell’intero ultimo lavoro dei Litfiba. Il loro è un invito a tenere duro e continuare a lottare per uscire da questo pantano perché l’impossibile non c’è, tutto è possibile e l’Eutòpia è l’isola che c’è per chi la cerca e non si arrende mai.

Dopo aver passato in rassegna i mali che affliggono la nostra società, nelle ultime due canzoni (le dieci tracce non sono disposte a caso) prende infatti corpo un messaggio di speranza e redenzione.

Oltre è un invito a superare i propri limiti, spesso soltanto blocchi mentali dovuti ad un’educazione forse un po’ troppo matriarcale  e protettiva e ad un ambiente che ci fa credere di non essere all’altezza e ci deprime.  Una canzone  che ci invita a esplorare il mondo al di fuori dalla nostra percezione quotidiana, a prenderci i nostri rischi, a saltare il fosso,  perché solo così è possibile trovare il nostro vero posto nel mondo e diventare protagonisti della nostra vita.

“Oltre sai che c’è? La cosa che fa nascere ogni cosa, e passo dopo passo rompi il ghiaccio e giorno dopo giorno stai nel mondo”

E’ solo andando oltre tutti gli ostacoli che è possibile raggiungere  l’Eutòpia,  la canzone che segue e che chiude, alla grandissima direi, il cd.

La title- track è a mio avviso la  canzone più bella, una No frontiere dei nostri tempi, un bellissimo testo che si poggia su un gran bel tappeto musicale condito da una coda  favolosa che da sola vale l’intero prezzo del cd. E’ la canzone dove tutte le altre vanno a convergere. E’ chiudere gli occhi e immaginare un mondo migliore dove  il lavoro non è più un ricatto,  dove la realtà di ogni cosa sia come appare, dove chi merita vincerà.  Poi li riapri e ti accorgi che era solo un sogno, ma un sogno così bello che ti vien voglia di continuare a sognare, sbagliare e lottare per esso.

Ma  quali sono i mali che affliggono la nostra società? Sono sempre gli stessi che i Litfiba denunciano da decenni: la mafia, l’inquinamento, l’estraneità dell’essere, le guerre, i fanatismi,  la tv e i media in generale, la politica. Cambiano solo i protagonisti.

Se negli anni 90 i Nostri erano dei Maudit, maledetti che da dentro la stanza dei bottoni riuscivano a denunciare tutte le malefatte del potere, oggi sono solo il Dio del tuono e il dio del suono, nati per cavalcare i mostri della mente, ma soprattutto sono Santi di Periferia, sbandati, rintanati, affamati e dimenticati, riottosi, rabbiosi, disillusi e assetati. Sono la canaglia che presenta il conto,   mostri creati dallo stato che qui fuori non c’è. Sono la voce del popolo quindi, un popolo stanco di uno Stato assente che non fa che negare la dignità ai cittadini ridotti ormai sul lastrico dall’assenza di lavoro e servizi. E così questi Santi di Periferia  in L’impossibile, primo singolo estratto,  dichiarano guerra ai potenti della terra, padroni delle banche e della guerra. Non conteranno molto ma l’impossibile è solo benzina per la mente, è una bestia da combattere  e non si sa mai che un giorno il piccolo Davide riesca a sconfiggere il gigante Golia e dare vita ad una società eutòpica . Rivoluzione!  Ma del pensiero.

Intossicato è la canzone con l’anima ambientalista. Gli uomini stanno distruggendo il pianeta ma noi non facciamo nulla per fermare questo scempio in quanto da loro programmati a concentrare i nostri sforzi su cose più futili e insignificanti. Io penso sempre all’ultimo dei prati quando saremo tutti asfaltati, penso anche all’ultimo dei fiumi quando saremo tutti prosciugati, ci vogliono intossicati, gli piacerai intossicato, lobotomizzato, omologato.  E’ l’interesse di pochi che distrugge il bene comune, è la terra dei fuochi, Piero la cita esplicitamente nel finale.

Gorilla- Go, forse la traccia meno ispirata, si basa su un gergo calcistico (vi ricordate Diavolo illuso?) per denunciare  lo sporco lavoro della TV e dei media in generale.  Pilotare il mondo è pilotare l’attenzione con esperimenti dove la cavia sei tu che fermi la tua mente dentro la tua telebalilla. Più esplicito di così…

Straniero  è invece la canzone più introspettiva dell’album. Il senso di estraneità dell’uomo che oggi non riesce a sentirsi a proprio agio neanche a casa sua. Un uomo che deve lottare per emergere nel suo stesso nido  ma che per farlo deve omologarsi ai comuni canoni di bellezza e comportamento per non essere emarginato.

Ovviamente in un contesto del genere non potevano mancare riferimenti al terrorismo e alle guerre in generale. In nome di Dio si scaglia contro la terribile deriva fanatico-religiosa di questi ultimi anni, la terza guerra mondiale combattuta a pezzi con talebani in festa che bombardano la storia, bimbi  kamikaze sull’altare del potere e nuove crociate per spacciar democrazia fatta di bombardamenti e puzza di petrolio, ma anche con pecore di un gregge senza lana né ricotta e carne da macello per un dio che se ne fotte.

L’altro vertice del  disco si raggiunge con Maria coraggio, che non è altro che Lea Garofalo, la donna che collaborando con la giustizia denunciò i suoi familiari, esponenti della ndrangheta, e per questo fu da loro stessi uccisa insieme alla figlia. Un esempio di coraggio, una luce che risplende abbagliante  in una società di pecore. Una canzone che parte con un fischiato stile western, stile Tex insomma, per poi prendere derive più rockettare.

E’ un album duro e crudo ma mai volgare. Ci si indigna, ci si arrabbia, ma tutto è canalizzato verso energie positive. Il suono è rock, molto rock. La sezione ritmica pompa alla grandissima: Martelli alla batteria picchia come un forsennato, Li Causi (ex Negrita) al basso  è potente e avvolgente. Don Aiazzi alle tastiere è la solita garanzia di alto livello, ogni aggettivo su di lui è superfluo.  La chitarra di Ghigo non ha bisogno di presentazioni, suona come al solito, graffia,  ed è ispiratissima. Piero invece ci mette il vocione duro da Terremoto anche se a volte si perde in vocalizzi da caricatura, soprattutto nel primo singolo. Sono i Litfiba quasi versione  primi anni 90.

Rispetto al lavoro precedente (Grande Nazione) il disco è meno istantaneo, non ha pezzi che rimangono in mente al primo ascolto, non ha una potenziale hit nazional-popolare come La mia valigia e neanche ritmi alla Brado, ma se è per questo non cade in banali scivolate come Squalo. Certo, Gorilla-go e Santi di periferia  forse avrebbero avuto bisogno di più tempo a mio avviso,  non sono immuni da critiche, ma  Eutòpia e Maria Coraggio possono tranquillamente essere annoverati tra i lavori più ispirati, almeno da Spirito in poi. E’ un lavoro più omogeneo,  più impegnato, qualitativamente superiore, potente in tutte le sue 10 tracce. E’ denuncia sociale, è speranza, è ROCK, sono i LITFIBA, il dio del suono con la chitarra elettrica e l’ampli a 10 e 10.

Tracklist: 1) Dio del tuono, 2) L’impossibile, 3) Maria coraggio, 4) Santi di periferia, 5) Gorilla go, 6) In nome di Dio, 7) Straniero, 8) Intossicato, 9) Oltre, 10) Eutòpia

Voto: ● ● ● ● ○  garanzia

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La Siberia dei sentimenti

Nei primi anni 80 Firenze è una città che può vantare una scena musicale di tutto rispetto, un ambiente in pieno fermento  da cui uscirà fuori il meglio delle band underground locali, su tutti Diaframma e Litfiba. I Litfiba diventeranno fenomeno di massa, la più celebre rock band italiana degli anni 90, i Diaframma, anche per volere del suo leader, il carismatico Federico Fiumani, resteranno un fenomeno di nicchia a cui non mancherà un certo seguito di fan e ammiratori continuo nel tempo. Saranno proprio i Diaframma, nel 1984, ad incidere il loro primo album anticipando tutti gli altri aspiranti gruppi fiorentini, e che esordio il loro!  Siberia, sconosciuto al grande pubblico, è un capolavoro osannato ancora oggi da tutta la critica, tanto che nella classifica dei 100 dischi italiani più belli di sempre la rivista Rolling Stones  lo piazza alla posizione numero 7. Siberia non è un album da tormentoni estivi, non contiene pezzi da fischiettare né da pogare, al contrario contiene pezzi freddi (<< I nostri occhi impauriti nelle stanze gelate al chiarore del petrolio bruciato,  e oltre il muro il silenzio, oltre il muro solo ghiaccio e silenzio>>), tormentati, da ascoltare mentre fuori piove o dopo una cocente delusione d’amore. E’ new wave o meglio ancora è profonda dark-wave, ma è attraverso la tensione e la disperazione che coprono l’intero album che si cerca di raggiungere la salvezza, o almeno intravedere un’ uscita, una speranza, come nella canzone più rappresentativa,  la title-track, manifesto dell’intero album, che negli ultimi versi recita <<poi in un momento diverso dagli altri coprirò il peso di queste distanze>>. La cupezza musicale caratterizzata da un basso mangiatutto e opprimente, la straordinaria poeticità dei testi di un ispiratissimo Fiumani e  la voce di Sassolini (uscirà dal gruppo dopo il terzo album) sono i tre ingredienti principali  che trovano massimo splendore nel capolavoro Amsterdam con il suo celebre verso  <<dove il giorno ferito impazziva di luce>>, il mantra finale che insieme ad un evocativo accordo di chitarra fa da contraltare all’insostenibile tensione iniziale. Da letteratura. Amsterdam verrà riarrangiata l’anno successivo in coppia con i Litfiba (amici e accumunati dalla stessa etichetta discografica, l’IRA), stravolgendone la versione iniziale ma dando vita ad una cover amatissima dai fan dei due gruppi e ultimamente riproposta live dagli stessi Litfiba proprio in coppia con Fiumani. Non passano inosservati pezzi come Delorenzo,  la canzone più nichilista dell’album << e la noia di un giorno diventa la noia di sempre. La mia sola alleata che mi ha seguito ovunque …Fra i minuti scanditi dai colpi di una telescrivente qualcuno scrive la mia storia  prima che finisca… >>; Memoria, una Siberia più intimista in cui si intravede una presa di coscienza sulla possibilità di conquistare finalmente un oceano di luce per la propria esistenza << Vivendo per qualcuno io moriro’ per me stesso. Che cosa mi attira allora nei suoi passi fantasma, che cosa mi spinge a seguirli. Se non il filo che mi lega alle cose, se non il suono della sua voce? >>. E poi Elena, Desiderio del nulla, Neogrigio, Specchi d’acqua per concludere con l’incalzante quanto malinconica Ultimo boulevard. Un album ovviamente non per tutti, consigliato a chi vuole crogiolarsi in un momentaneo auto compatimento per un periodo storto, a chi è stato lasciato,  a chi è metereopatico e attende con ansia l’arrivo dell’inverno e rimane alla finestra a contemplare la pioggia che viene giù,  a tutti quelli che hanno un’anima, meglio ancora se dark.

Tracklist: 1) Siberia;  2) Neogrigio;  3) Impronte;   4)  Amsterdam;   5) Delorenzo;  6) Memoria;   7) Specchi d’acqua;  8) Desiderio del nulla;  9) Elena;   10) Ultimo boulevard

Voto: ● ● ● ● ●   Pietra miliare!

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