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una vita non basta

Just hang on and suffer well

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Ricordi

#Mindflow – pt. 2 – Giovani Insieme

Categoria: amici

Fino a qualche anno fa l’estate nella mia piccola città era del tutto diversa. Era più bella, più emozionante, più ricca. Fino a qualche anno fa in estate prendeva vita una manifestazione fantastica chiamata Giovani Insieme o a volte semplicemente Giovani In.

L’aspettavamo tutti con ansia e se ne cominciava a parlare già da giugno, un mese prima del suo inizio, quando prendeva vita quello che può a tutti gli effetti definirsi un vero e proprio calciomercato. Si formava la squadra insomma. Si perché Giovani In era un torneo in cui tante squadre, ognuna composta da 18 ragazzi con un numero pari di ragazzi e ragazze dai 16 anni in su,  mettevano in subbuglio la vita dell’intera cittadina da metà luglio a fine agosto.

Queste squadre in quel mese e mezzo si scontravano nelle più disparate prove, dagli sport comuni (calcio, basket, pallavolo, tennis, atletica leggera, lancio del giavellotto ecc…) a quelli inventati (calcio balilla umano, palla a due quadrati, palla a base, ecc…), dal musical al semplice canto,  dagli scacchi ai doppiaggi dal vivo, dal teatro al cabaret, dalle prove culinarie, con i turisti avidi assaggiatori e giurati, al ballo, dalla produzione di videoclip  ai quiz di cultura, dalle prove acquatiche alle sfilate. Di tutto e di più insomma, per chiudersi poi con la mitica caccia al tesoro, giorno in cui l’intero paese  era letteralmente invaso da centinaia di scalmanati ragazzi a caccia di indizi, dal primo pomeriggio fino a notte inoltrata.

Ad ogni prova veniva stilata una classifica e ad ogni posizione venivano assegnati dei punti che andavano poi a sommarsi, prova dopo prova,  in quella generale per il piazzamento finale. Le squadre, premiate poi nella serata finale che costituiva sempre un grande evento per l’intera comunità, non concorrevano solo per la gloria, o per la coppa da portare a casa, ma anche per molto di più, per premi che,  secondo gli sponsor e la disponibilità economica di quell’edizione, potevano essere anche molto allettanti. Venivano premiati anche i ragazzi e le ragazze che riuscivano a distinguersi in qualche disciplina. Una volta Il Figlio, un mio carissimo amico che con me ed Ele formava il cervello delle nostre squadre, come personaggio maschile dell’anno vinse un viaggio a Malta per due.

E’ per questo che il torneo iniziava a Giugno, capite bene che  bisognava mettere giù una squadra che fosse competitiva in tutte le discipline. E quindi via con le telefonate, i messaggi, gli appostamenti, i discorsi, le mediazioni, le promesse, le amicizie, le antipatie, gli abboccamenti amorosi.

Ci si divertiva davvero. Ogni anno era una sfida nuova, anche contro noi stessi. Grazie a Giovani In ho vinto la mia grande timidezza mettendomi in gioco a rischio anche di figuracce plateali. E poi ho riso tanto, ho provato mille esperienze, ho fatto amicizia con una incredibile moltitudine di ragazzi ed adulti, mi sono divertito, sono cresciuto.

Questo appuntamento si è protratto per più di 25 anni, più di 25 estati. Ora è già qualche anno che non c’è più. E’ stato proprio Il figlio con un paio di altri amici ad organizzare, seppur con notevoli difficoltà, le ultime due edizioni. Nel tempo libero ho dato loro una mano accorgendomi però di come l’energia e la magia delle precedenti edizioni si fosse ormai irrimediabilmente persa.

Tutti noi ricordiamo con affetto e commozione quelle avventure, a volte ci ritroviamo a parlarne con malinconia. I tempi sono cambiati purtroppo. Oggi i ragazzi preferiscono fare altro. Poveracci, non sanno ciò che si perdono.

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#Mindflow – pt. 1 – Pizza a domicilio

Categoria: università

A Palermo, nella casa che condividevo  con altri tre ragazzi, ci  divertivamo con poco. L’ago della bilancia era sempre uno, Luca, il padrone di casa, di cinque anni più grande di noi e dalla vita sociale intensa quanto originale.

Una sera a settimana, di solito il giovedì, ci concedevamo un lusso mangereccio che poteva consistere in un pollo allo spiedo con un abbondante contorno di patate o una pizza familiare, prelibatezze di cui eravamo soliti rifornirci sempre negli stessi posti.

Una sera Luca si impossessa del cellulare di Riccardo, quello da cui siamo soliti chiamare in pizzeria,  e ordina un paio di familiari, le più costose, che fa recapitare a casa di alcuni suoi amici ignari di tutto. Uno scherzone insomma.

Quando Riccarduzzo lo viene  a sapere monta su tutte le furie, soprattutto perché la pizzeria ha memorizzato il suo numero come cliente affezionato.  Ne scaturisce quindi una lunga e furibonda lite in cui l’accusatore viene finalmente calmato più per stanchezza che per le promesse del sempre serafico imputato.

Gli animi sono stati placati da  un paio d’ore quando suona il cellulare del misfatto, Riccardo lo prende e lo  guarda preoccupato, è la pizzeria. La lite esplode più potente di prima ma questa volta non dura molto perché Luca si prende subito  la responsabilità di rispondere e chiedere scusa sistemando una volta per tutte la situazione.

Risponde dunque, ma più che scusarsi lo vediamo ascoltare, e di tanto in tanto annuire.

Noi lo guardiamo, studiamo attentamente ogni espressione del suo viso cercando  di capire l’andamento della discussione,  finchè lui conclude la telefonata con un:

-No no non si preoccupi non ci fa nulla, grazie comunque.

Insomma, per farla breve, il ragazzo addetto alla consegna della pizza era stato fermato e picchiato da alcuni delinquenti della zona che avevano pensato bene di cenare gratuitamente quella sera. La pizzeria ci aveva dunque richiamato per informarci dell’accaduto, scusarsi, e, se ne avevamo ancora voglia, consegnarci le pizze ordinate con in dono qualche arancina e panella per scusarsi del ritardo.

E’ finita bene. Ma solo per noi

 

#Americanate pt VIII: Serata col killer

L’ultima mia settimana in America l’ho passata con Aldo, il mio carissimo (ormai ex) collega, e Simone, un nostro amico di Milano, più grande di noi ma alla sua prima esperienza in Wisconsin.

E’ stata una settimana che è passata veloce tra corsi e uscite varie.

A lezione eravamo in tanti, una trentina circa di persone provenienti da tutto il mondo, Aldo però era spaventato, quasi ossessionato, da un americano sulla quarantina abbondante, basso, tarchiato e vestito sempre allo stesso modo: un berretto sulla testa, jeans e felpa.  Sempre seduto al primo banco, proprio davanti la porta d’ingresso, sempre imbronciato, sempre sulle sue, mai un cenno di saluto … Aldo lo chiamava “Il killer”.

Una sera, l’ultima di Simone, alla fine decidiamo di mangiare da Hooters, il famoso locale dove vieni servito da belle ragazze formose in canottierina e mini shorts. Il menù è quello tipico del fastfood americano: birra e cosce di pollo. All’interno una bella atmosfera, molto americana, tra partite di football in tv e chiacchiere tra amici.

Stiamo per entrare quando la porta ci si apre davanti e sulla soglia, intento ad andare via, appare proprio lui, il Killer. Ci riconosce e inaspettatamente ci fa una gran festa abbracciandoci e tornando dentro con noi. Ci sediamo quindi in quattro in un tavolo laterale del secondo piano. Aldo è in bambola, paralizzato dal terrore, ma a poco a poco si scioglie, stappa tre birre e grattandone i tappi vince due magliettine che porge in dono alle cameriere, ma soprattutto è deliziato dalla posizione del suo posto, proprio accanto ad un palo da dove le graziose commesse, porgendogli il sedere a 20 cm, lanciano attraverso una specie di fune le comande direttamente in cucina.

La ricordo ancora adesso come una delle serate più divertenti mai passate, e ancora doveva accadere il meglio.

Tra battute, risate e gli sguardi angoscianti di Aldo ancora guardingo sul nostro “nuovo amico”,  ad un certo punto il killer, in uno stato di totale esaltazione,  ci propone di fare una foto ricordo con tutte le cameriere del locale.

Noi tergiversiamo, diciamo di no, prima perché non pensiamo che si possa fare e poi perché in effetti proviamo un bel pò di imbarazzo e vergogna solo a pensarci. Lui però insiste e, noncurante delle nostre reticenze, si alza e con un gran sorriso comincia a suonare una campanella che spunta penzolante dal tetto.

E’ un attimo.

A quel suono  tutte le cameriere del locale mollano le loro attività e si dirigono sorridenti verso di noi che esterrefatti ed eccitatissimi non possiamo far altro che metterci in posa con tutte loro, undici avvenenti ragazze americane, e sorridere verso il killer per una foto che rimarrà nella storia.

#RitornoalLICEO pt. 11 – L’appello

Il vero appello dei miei anni di liceo  non è stato quello di classe. L’appello per eccellenza, quello per cui il termine appello  si è trasformato in un’icona indimenticabile, l’ ”Appello” appunto, era quello che si faceva in autobus.

Al mattino, una volta saliti a bordo, preso posto e cominciato il tragitto, il brusio generale, un po’ assonnato in verità, veniva ridotto al silenzio dalla parola d’ordine gridata da Pio & Piero (ve li ricordate?) che tutti noi aspettavamo quasi con trepidazione: “APPELLOOO”.  Non era altro che una lista di nominativi non scritta e neanche completa dei passeggeri abituali dell’autobus, di noi pendolari insomma. Le regole erano semplici: una volta chiamato dovevi alzare la mano e gridare: “PRESENTE!”, pena un “cappotto” (una razione di botte) che sarebbe stato perpetrato dai giustizieri (di solito un paio di ragazzi) agli ordini dei due capi dell’autobus. In realtà era un gioco che direttamente e indirettamente divertiva tutti, autista compreso che partecipava attivamente al gioco in quanto inserito in elenco.

Nessuno è stato mai picchiato…tranne Vanni!

Di solito il suo nome veniva proferito piano piano, quasi sussurrato, per evitare che alzasse la mano, ma in realtà ognuno conosceva perfettamente il suo turno in lista e in questi casi lui la alzava lo stesso, con sicurezza. Certo, questo non voleva dire niente, un giorno il malcapitato accompagnò il suo “Presente” con un pugno alzato, non un dito o la mano, un pugno, che poi era lo stesso. Non per Pio & Piero che a quella vista risposero subito “PUGNO!”, e la punizione venne subito eseguita.

Io invece mi distinguevo per la velocità con cui rispondevo alla chiamata, velocità che faceva divertire da matti Pio & Piero. Del mio tempo di reazione non potevo certo lamentarmi anche come portiere di calcio d’altronde.

Non era violenza ma solo un gioco per addolcire il tragitto. In realtà era un altro il gioco di cui Vanni doveva aver paura…

#Americanate pt VII: Una dieta da 12 Kg

Tra il mio primo e secondo viaggio negli USA per i corsi di specializzazione non sono tornato a casa ma sono rimasto a Milano. In quel periodo ero ancora legato tramite la mia borsa di studio ad un grande ospedale del capoluogo lombardo e  lo stacco tra un viaggio e l’altro era solo di due settimane.

E’ così che i miei mi vennero a prendere all’aeroporto di Palermo dopo non avermi visto per un mese e mezzo di cui 4 settimane passate in territorio Americano. La prima cosa che mia madre mi disse, prima ancora di salutarmi, fu:

–          ma cosa hai fatto?

E cosa avevo fatto mai? “Nulla” risposi.

L’amara verità la scoprii una volta arrivato a casa dopo aver consultato la bilancia. In quel lasso di tempo avevo messo su ben 12 kg! DODICI!

“Come?”  Vi domanderete.

Non ero certo partito con quelle intenzioni io, mi sono lasciato sopraffare dopo una dura resistenza. Ci ho provato a non cadere in tentazione, a volte ho storto pure il naso davanti a certe offerte, ma è bastato cedere un attimo, per soddisfare una curiosità o un’offerta di qualcuno,  per rovinare tutto e precipitare in un tunnel senza fine di pericolose abitudini.

La mensa! Oddio, se ci penso! Un enorme salone ricco di portate in cui potevi servirti fino a scoppiare. Si iniziava a colazione quando mi avvicinavo al cuoco con la seguente richiesta:

–          a omelette with all, please

e davanti ai miei occhi, con un sorriso complice, lui mi preparava  quell’enorme bontà di uova, ceddar, prosciutto, cipolle, peperoni, piselli, funghi e tanto altro ben di Dio. E poi ovviamente le fettine di pancetta fritta, coni gelato e mezzo (proprio mezzo!) melone bianco. Tutte le mattine lo stesso menù.

Tra la colazione ed il pranzo c’erano le pause dalle lezioni, di solito una ogni ora, dove ci si recava tutti in un’aula con la tv e dei ripiani traboccanti di caramelline gommose, frutta secca,  gelati e bibite.

Del pranzo e  della cena non ve ne parlo neanche, non saprei da dove cominciare. Vi dico solo che una volta, seduto al tavolo con dei francesi con i quali ero in gruppo per le lezioni pratiche in laboratorio, ho dovuto passare il tempo a convincerli che stessi bene. Erano preoccupati, avevo mangiato “solo” cinque fette di carne.

Ed i pasti fuori dal building. Non dimenticherò mai la Jambalaya, un piatto della Louisiana, una specie di risotto con pollo, salsiccia e gamberi. L’ho mangiata sia al Rock Bottom, locale del centro di Millwaukee situato proprio davanti la statua di Fonzie, che al Cheesecake Factory, sempre semplicemente goduriosa.  Così come non dimenticherò mai le fantastiche cene messicane dentro la carrozza della Estacion.

Di tutto questo ho ancora i segni, le mie due maniglie dell’amore, i più grossi souvenir che ho portato con me dagli States.

#RitornoalLICEO pt. 10 – Boom!

Lezione di italiano, quinto anno. Improvvisamente la porta si apre con violenza, sbatte sul muro, boom! Mariano, il mio migliore amico, un anno più piccolo, adesso in Cina per lavoro,  entra tenendo per il colletto Vanni che aveva chiesto di andare in bagno ma non era più rientrato. Lo tiene davanti a sé strattonandolo, come un rozzo piedipiatti che ha appena acciuffato un delinquente, poi gli molla un bel calcio nel sedere e gli urla: “adesso vatti a sedere al tuo posto e segui la lezione”, si strofina le mani come se si fosse disfatto di qualcosa di sporco, gira i tacchi e se ne va chiudendosi la porta dietro, non prima di averci regalato un bel sorriso complice e soddisfatto.

Noi restiamo di sasso, increduli. Vanni si siede, ride imbarazzato, come se fosse stato tutto organizzato. Il prof scuote la testa tra il divertito ed il rassegnato, e poi ricomincia spiegare. In fondo Mariano è suo nipote.

#Americanate pt VI: Un viaggio da incubo

La mia terza volta negli USA non la ricordo come un’esperienza eccitante, se paragonata alle altre almeno.   Unico straniero in una classe di americani, tutta gente di una certa età, nessun italiano incontrato nel training center o comunque nessun ragazzo con cui abbia potuto allacciare rapporti di amicizia. Sono state due settimane un po’ noiose ma comunque costruttive e appaganti, in cui ho approfittato della palestra free del building per tenermi in forma.

Ricordo però bene e con disgusto il viaggio di andata.

Il tragitto in aereo è stato tranquillo tra film, libri, pasti, e sonnellini. Non potevo certo immaginare che dall’atterraggio in poi sarei stato protagonista di una serie di disavventure davvero spiacevoli.

Atterriamo  in quel di Chicago e con l’aereo ormai fermo mi alzo (per fortuna) per sgranchirmi un po’ e cominciare a prendere i due bagagli a mano sistemati nella cappelliera. Faccio  giusto in tempo a prenderne uno e poggiarlo sul sedile che il ragazzo seduto dietro di me pensa  bene di alzarsi all’improvviso, affacciarsi e vomitare l’anima…tutta sul mio bagaglio.

Non volevo crederci!

La madre non accenna neanche una scusa nei miei confronti, come se niente fosse successo, al contrario del figlio che con gli occhi pieni di orrore per quello appena fatto, una mano a tapparsi la bocca e l’altra protesa verso di me in segno di preghiera, gorgoglia un perdono quasi pietoso.

Dopo qualche imprecazione, incazzato nero e disgustato, pulisco il possibile e  mi avvio verso l’uscita per svolgere le attività di sempre:  dogana, ritiro bagaglio e noleggio auto.

Il secondo misfatto arriva un paio di ore dopo.

Qualche settimana prima mi aveva colpito un resoconto del  mio collega Aldo, ve lo ricordate? Quello del biglietto sbagliato. Aveva raccontato della sua disavventura col navigatore Neverlost (ribattezzato Everlost!) che lo aveva fatto perdere dopo avergli consigliato un’uscita sbagliata.

Arrivato quasi a destinazione e ricordatomi di questa storia decido quindi di non seguire più i suggerimenti  del navigatore per fare di testa mia e prendere un’uscita che ero sicuro fosse quella giusta, per quanto ricordavo dalle precedenti due  esperienze in quelle strade.

Risultato: mi sono perso davvero! Vagando per ore attraverso luoghi sconosciuti, con le lacrime agli occhi ed il groppo in gola, fino a quando decido di dare nuovamente ascolto al  navigatore che magicamente mi conduce facilmente a destinazione.

Ognuno ne tragga la morale che vuole.

#RitornoalLICEO pt.9 – Quella del primo banco

 

Ma Paolo e Francesca, quelli io me li ricordo bene perché ditemi chi non si è mai innamorato di quella del primo banco, la più carina, la più cretina, cretino tu,  che rideva sempre proprio quando il tuo amore aveva le stesse parole, gli stessi respiri del libro che leggevi di nascosto sotto il banco.

Compagno di scuola – Venditti

#Americanate pt V: Fuddruckers

Ho appena parcheggiato la mia Buick Enclave nel grande spiazzale antistante il locale, prendo con me l’ormai inseparabile dizionarietto italiano-inglese, scendo dalla macchina e mi avvio verso l’ingresso. Ho  deciso di provare finalmente un buon hamburger americano e Fuddruckers mi è stato consigliato da molti.

Entro. Il posto è davvero carino. Subito davanti si trova la cassa dove ordinare e dove mi metto in fila, sulla sinistra invece si estende il resto del locale, molto ampio, con tanti tavoli, gigantografie di cantanti (Elvis su tutti) e una zona ricca di macchinette automatiche da dove poter spillare bevande zuccherate di ogni tipo e rifornirsi delle varie salse. A destra e subito dietro la cassa invece ci sta la cucina nuda davanti gli occhi incuriositi degli avventori.

Aspetto il mio turno, intanto ne approfitto per scegliere il menu stampato sulla parete. Funziona così, ordini alla cassa e ti vai a sedere, mentre aspetti che sia pronto e che ti venga servito al tavolo tu puoi anche volendo iniziare a bere qualcosa, le bevande sono free, devi soltanto alzarti e riempirti il bicchiere: Pepsi, Sprite, Cold Mountain,  Dr Pepper … puoi berne quanto ne vuoi, fin quando non ne sei pieno, fin quando non sei stanco di alzarti e riempire il tuo bicchierone. Il menu dicevo, molto ampio e con tanta scelta, dal peso della carne al tipo di contorno. Io penso di essere convinto e quando tocca a me parlare ad una delle due giovani e carine cassiere vado sul sicuro.

Ecco che invece scatta la figuraccia, mondiale oserei dire. Inaspettatamente la tipa comincia a tartassarmi di domande e io, beh ve lo dico sinceramente, non ci capisco nulla! La guardo inebetito. Provo a balbettare qualcosa finchè mi ricordo del mio caro dizionarietto e lo sfodero con disinvoltura e fiducia dal mio tascapane.

La tipa continua come un robot a pormi sempre le stesse domande, a ripetizione, finchè sconfitto le porgo sconsolato  il mio dizionarietto. Insieme iniziamo a cercare le parole. Non passano che pochi secondi che subito in soccorso arriva la seconda cassiera, carina come la prima. Passa un altro minuto scarso e si aggiunge anche un cuoco, poi gli altri clienti, gli addetti alla cucina, i camerieri, gli altri cuochi….insomma, l’intero locale paralizzato per la mia prenotazione, tutti lì a sfogliare il mio dizionarietto.

Io non faccio una piega, in America ho indossato la mia più bella faccia di bronzo. Faccio cenno alla cassiera di farmi il panino che vuole, di cucinarmelo e condirmelo come vuole, basta che mi dia da mangiare.

Sarà il panino più buono mai gustato.

#RitornoalLICEO pt.8 – Foucono

Nicola era uno dei più bravi della classe e oggi è uno di quelli che forse può vantare  la miglior carriera nel suo curriculum. E’ anche per questo che la storia che sto per raccontare risulta più divertente, proprio perché inaspettata. Queste performance ce le potevamo aspettare da Michele che una volta festeggiammo in classe con tanto di dolci e bibite per il suo bellissimo quanto inaspettato quattro e mezzo in un compito di matematica. Eppure so benissimo che questi momenti possono accadere anche ai migliori, può darsi che per un attimo il suo cervello abbia deciso di non funzionare o chissà cosa altro, d’altronde è un mistero come giri il tutto e del resto anche a me è capitato di trovarmi improvvisamente in off senza poter venire fuori da situazioni apparentemente elementari.

Nicola è chiamato alla lavagna, proprio davanti a me che sono seduto al primo banco. La professoressa vuole iniziare con un bel problema di geometria, “Nicola, disegna un cono” gli dice.

Nicola la guarda un po’ stranito e si gira in contemplazione di quello spazio nero di ardesia, con la mano libera dal gesso a massaggiarsi il mento in cerca di ispirazione. Niente. Gira lo sguardo verso di me, gli occhi sono un libro aperto, cerca aiuto, e non bastasse questo mi fa un cenno con la mano di nascosto, un cenno che qui dalle mie parti vuol dire “cosa?”. Io gli sorrido, sono più basito di lui perché non riesco a capire cosa voglia da me, deve solo disegnare un cono! Allargo le braccia e gli sussurro “un cono Nicola”. Uno, due, tre volte.

Passa ancora un minuto, niente, è completamente in panne. La professoressa lo incalza un po’ infastidita: “avanti Nicola su, disegna questo cono”, ed ecco che viene fuori il genio. Nicola si lancia e con fare meno titubante di quanto possiate pensare disegna un bel cono, un cono geometrico capovolto e con una bella palla nella parte superiore. Si, insomma, un bel cono gelato!

Delirio!

Siamo solo alla prima ora ma tutto si  trascina fino alla quinta e ultima quando il professore di filosofia si arrende e decide di sospendere la lezione, è impossibile continuare con alunni che ogni cinque minuti scattano a ridere, con le lacrime agli occhi.

Nicola non ha mai commentato quell’episodio, non si è spiegato, non ha dato la sua personale versione dei fatti, non ha trovato una scusa, un’attenuante, tipo, che so,  la mente era ancora intorpidita dal sonno, ma soprattutto non ha mai risposto alla domanda lanciata da Rosario dall’ultimo banco: “ a che gusto è?”. Beh, forse aveva ragione Mariano, era meglio un Cucciolone.

Da quel giorno Nicola venne ribattezzato Foucono, un nome che per metà prende spunto dal pendolo di Foucault, ma non chiedetemi il perchè!

#Americanate pt IV: Il tasto rosso

La mia Buick Enclave non la scorderò mai. E’ con lei che ho percorso i miei primi chilometri sul suolo statunitense. E’ stata la compagna di avventure di quella mia grande esperienza in un mondo così diverso da quello a cui ero abituato. E’ stata anche una  bella seccatura visto che, quando decidevamo di uscire durante il tempo libero,  tutti volevano che prendessi io la macchina, per salire sulla mia Buick, per farci un giro.

Un giorno ero solo e stavo percorrendo una strada, non ricordo di preciso dove. Ad un tratto decisi di risolvere un piccolo inconveniente. Il mio specchietto laterale non era ben posizionato ed io non riuscivo a vedere bene dietro. Potevo anche fregarmene e sistemarlo una volta tornato in alloggio, ormai però il pensiero si era trasformato in un tarlo e non potevo più farlo tacere, dovevo sistemare quello specchietto, immediatamente!

Quindi, iniziai,  un occhio alla strada e l’altro a cercare di capire come fare. Nessuna manovella, nessun bottone a prima vista sulla portiera.

“Ci dovrà essere pure un modo!”

Passarono diversi minuti, niente. Improvvisamente però l’occhio adibito alla ricerca venne attratto da un pulsante, un pulsante rosso che si trovava proprio sullo specchietto retrovisore del lunotto. Anche l’altro occhio per un istante giunse in aiuto, e al mio cervello, ormai esausto dalla ricerca, arrivarono segnali di speranza. Non poteva che essere quello!

Lo premetti.

Cominciai a sentire un fruscìo, come quello che esce da una radio quando si cerca una stazione. Non capivo da dove potesse arrivare. Forse dalle casse, ma lo stereo era spento, niente Silvestri quel pomeriggio.  La confusione diventò spavento quando una voce di donna uscita dal nulla iniziò a dire:

-What happened? What happened?

Ero esterrefatto. Mi servirono una decina di secondi per riprendermi, capire cosa stava succedendo, e rispondere convulsamente ed in modo atterrito, con le braccia tremanti appese al volante:

-Wrong! Wrong! HO SBAGLIATO!

Fino a quando la comunicazione si staccò, non prima di aver sentito un tono di accondiscendenza dall’altra parte che sono sicuro volesse dire “ecco un altro cretino”.

Avevo sbagliato.

Il pulsante rosso non serviva a regolare lo specchietto ma a chiamare la polizia.

#RitornoalLICEO pt.7 – Celine Dion e amori in lingua francese

La nostra professoressa di francese era davvero simpatica oltre che brava ma aveva anche il difetto di interessarsi troppo alle vite sentimentali dei suoi alunni. Vanni era piuttosto bravo in francese ma per ben tre anni non rivolse mai la parola alla professoressa, se non ricordo male non fu neanche mai interrogato, e tutto questo solo perché si offese quando, durante una lezione al secondo anno, lei osò chiedergli se fosse fidanzato. Una battutina davvero carina, buttata lì senza malizia e nemmeno gratuitamente. Lui però mutò di colpo atteggiamento e si rinchiuse in un silenzio di protesta. Una lunga guerra silenziosa.

Dal quarto anno di liceo in poi le cose iniziarono a migliorare. Vanni cominciò a rivolgere la parola all’insegnante ma solo raramente e in occasioni a lui vantaggiose. Conoscendo la natura curiosa della prof, a volte, durante una lezione, improvvisamente si animava e senza chiedere il permesso di potere intervenire esordiva dicendo: “Professoressa lo sa che TIZIO si è fatto fidanzato?” per poi ricadere nel suo mutismo selettivo. L’obiettivo era però sempre raggiunto perché la professoressa  interrompeva immediatamente la spiegazione e concentrando tutte le sue attenzioni su TIZIO, che nel 99% dei casi ero io, dava inizio ad un vero e proprio interrogatorio portato avanti con un atteggiamento quasi materno, scatenando anche la curiosità delle mie compagne. Non era mai vero niente ma lui si divertiva così, e inoltre gli eravamo grati perchè svolgeva anche la pubblica funzione di far in pratica saltare l’ora, anche se a pagarne le spese ero solo io che a quei tempi ero piuttosto, direi fin troppo, timido e impacciato.
Questo scherzetto mi costò una volta anche una lunga linea a penna tirata su per tutta la lunghezza del mio braccio, ma questa è un’altra storia.

Un giorno la stessa professoressa, se non sbaglio al terzo anno, portò in classe uno stereo ed una cassetta di Celine Dion. Con la scusa di imparare il francese in maniera nuova e divertente, cosa che era anche vera, ci fece ascoltare la canzone Pour que tu m’aimes ancore. Vi dirò, una bella canzone, romanticissima ma bella. Le ragazze se ne innamorarono alla follia, noi maschietti reggemmo il gioco, fatto sta che in quell’ora consumammo quel tratto di nastro per tutte le volte che ascoltammo la canzone. Per non parlare dei giorni seguenti e dell’intero anno scolastico. Ci fu pure chi acquistò il cd.
Quella canzone è presente oggi all’interno della mia compilation di musica varia che tengo in auto dentro una pen-drive. La ascolto ancora con gran piacere, ci sono molto affezionato.

#RitornoalLICEO pt.6 – War! (Il cancellino)

Per un periodo, durante la ricreazione, abbiamo preferito rimanere in classe, chiuderci proprio dentro, non prima di aver allontanato tutte le ragazze. La nostra assenza dava forse un pò nell’occhio, nessuno capiva e da fuori non si sentivano rumori, nessun urlo, nessun botto. Cosa facevamo?  Semplice, le battaglie con il cancellino. Facevamo le squadre, lo sporcavamo e ce lo tiravamo di sopra, facendo attenzione a ripulirci per non destare sospetti alla ripresa delle lezioni.

Una volta Michele prese Luca in pieno volto con l’intera superficie, fu forse l’unica volta che il malcapitato mise da parte la sua pacatezza rincorrendo l’attentatore con fare furioso ed un viso interamente bianco, un mimo impazzito insomma.

Il gioco finì il giorno in cui il cancellino volò dalla finestra e finì nello spiazzale.  Fu Fabrizio a tirarlo e fu lui a rendersi disponibile per andarlo a riprendere. Solo che Fabrizio non tornava ed il ritardo si faceva sempre più grande e preoccupante. Ad un tratto ci accorgiamo di un brusio sempre crescente provenire dalle finestre, e subito dopo sentiamo una voce, chiara, provenire  dallo spiazzale. E’ lui, sta chiamando Vanni. Ci affacciamo, e non scorderò mai ciò che vidi: Fabrizio stava in piedi, al centro dello spiazzale su cui si affacciavano le finestre di tutte le classi dell’istituto da cui sporgevano infinite teste. Con aria soddisfatta  guardava verso di noi che stavamo all’ultimo piano e rideva, cancellino ancora in mano. A terra, a caratteri cubitali, col gesso era stata scritta questa frase: “VANNI SUCA”.

Memorabile!

Fabrizio non fu mai punito per quella goliardata. E sinceramente non lo meritava affatto.

 

#Americanate pt III: A nightmare check-in

Avevo un collega, quasi un fratello, conosciuto da tutti per  la sua gran fortuna e per la sua arte del risparmio, tanto che negli ultimi anni lo chiamavamo, ma in realtà si era proclamato lui stesso per primo, il Re di New York, in omaggio ad una scena del film Senti Chi Parla dove il protagonista va fiero di riuscire a vivere di stenti ed espedienti senza dover spendere un soldo. Potrei stare ore a scrivere delle sue gesta, come quando si iscrisse in un sito per avere la possibilità di partecipare all’estrazione di un paio di biglietti per un incontro del sei nazioni di rugby (in quel periodo aveva la fissa per questo sport) e invece vinse quelli per il SuperBowl. Oppure quella volta che durante l’intervallo di una partita di NBA tra i Millwaukee Bucks ed i Dallas Maverick, nonostante si trovasse (ci trovassimo) in un settore tra i più lontani dal campo, riuscì a prendere ben due, e dico DUE,  magliettine lanciate ai tifosi da un cannone posto a metà campo. Vi lascio poi solo immaginare la quantità di soldi trovati a terra e i risparmi portati a termine nelle maniere più assurde e anche divertenti, così come è ormai leggenda la sua mail alla Mondadori al fine di ottenere uno sconto extra (ne inviò una simile anche alla Settimana Enigmistica) per i suoi acquisti on-line.

Eppure ci sono delle volte in cui la sfiga decide di prendere di mira questi personaggi, per un giorno soltanto ma in maniera epocale.

E’ l’ultimo giorno a Millwaukee per entrambi. Abbiamo l’aereo per Roma nel primo pomeriggio in partenza da Chicago ma noi ci diamo appuntamento la mattina presto per fare una capatina in un enorme centro commerciale che c’è per strada. All’orario stabilito non si fa vivo, è scontato, è un ritardatario cronico. Entro nella sua stanza e non solo mi accorgo che non è pronto, deve ancora fare le valigie! E non sarà facile visto che ha tutto sparso per la stanza, comprese diverse paia di mutande sopra la tv!

La vicenda si svolge più o meno così.

Arriviamo in aeroporto in forte ritardo per via della sua indecisione nello scegliere il locale dove pranzare al centro commerciale (alla fine non abbiamo neanche mangiato), al volo riconsegniamo la macchina a noleggio e ci dirigiamo di gran corsa al check-in. Inizio io. Una volta finito mi faccio da parte per fargli posto.

Lui sfoggia la sua classica tenuta da partenze ovvero indossa più vestiti e giubbotti uno sopra l’altro stile omino Michelin nonostante la giornata afosa per raggirare le limitazioni del peso dei bagagli,  e porta con sé tre valigie e una miriade di sacchetti di plastica colmi delle cose più disparate.

-Biglietto prego

-Si un attimo

Comincia a ravanarsi dentro le tasche finché lo esce (il biglietto ovviamente, maliziosi). L’addetta lo controlla e poi con una faccia incredula dice:

-Ma questo è un biglietto dell’anno scorso!

Lui non fa una grinza,  sorride, come se fosse normale o fosse stato uno scherzo (in realtà so benissimo che non lo è), ricomincia a ravanarsi e dall’altra tasca, con aria soddisfatta, esce un nuovo biglietto.

L’addetta lo controlla. Passano pochi secondi,  la vedo strabuzzare gli occhi, ricontrollare più attentamente e poi esclamare:

-Ma questo biglietto è per il volo di domani!

E’ in quel momento che vedo nel  volto di Aldo un’espressione di stupore misto a imbarazzo che non gli ho mai visto e mai rivedrò. Lo prende, lo controlla….cazzo!! L’agenzia gli ha sbagliato la data del ritorno e lui non se n’è neanche accorto!

PANICO!

Arrabbiato chiede se è possibile rimediare o acquistare un nuovo biglietto, ma questo costa diverse centinaia di dollari e gli fanno anche un bel po’ di ostruzionismo. A quel punto si rassegna. Comincia a riflettere su come avrebbe passato l’intera giornata lì da solo, se fosse stato meglio rimanere in aeroporto o affittare una macchina e girare Chicago, mi chiede con quel suo faccione triste di avvisare la sua ragazza e raccontargli l’accaduto una volta in Italia.

Mi saluta mesto, mi fa quasi pena anche se mi verrebbe voglia di sghignazzare come un pazzo per quello a cui ho appena assistito. Sto ormai per salutarlo quando lui con tutta la sua mole, che può davvero far paura, torna prepotentemente al check-in e risoluto pretende di acquistare un nuovo biglietto. “Loro hanno sbagliato e loro mi rimborseranno!”. Vince la diatriba con i dipendenti che finalmente si convincono a staccargli il ticket ed è in quel momento che un po’ di quella sua proverbiale fortuna lo salva, sul conto ha giusto i soldi per il biglietto, gli rimarranno solo una decina di euro dopo la transazione.

Ci avviamo al gate che stanno già imbarcando ma per lui non finiranno le disavventure in quel viaggio di ritorno.

Questo è uno dei momenti più divertenti che conservo del passato della mia azienda, di quando lavoravamo sodo ed eravamo felici. E dire che di episodi esilaranti ce ne sono stati così tanti che non mi basterebbe un giorno a scriverli. A volte alcuni di essi fanno capolino tra i miei pensieri e allora non posso far altro che ridere a crepapelle prima di ricordare che quel gruppo, quel clima, quel bel periodo è ormai acqua passata. Così divento triste pensando a ciò che era e ciò che è adesso.

#RitornoalLICEO pt. 5 – Compagni per sempre

La mia classe era umanamente molto variegata, composta soprattutto da ragazzi del luogo, con diversi livelli culturali  e diverse disponibilità economiche. Ho sempre avuto l’impressione che fosse anche la più osservata e invidiata dell’istituto. Eravamo davvero un bel gruppo, molto ben amalgamato nonostante le tante differenze. Ci volevamo un gran bene e ce ne vogliamo ancora anche se la vita ci ha un po’ dispersi in giro per l’Europa. Eravamo tutti bravi ragazzi, simpatici,  con alcuni elementi di spicco che imparerete a conoscere. Fabrizio era  la star indiscussa della classe ma anche dell’intero Istituto, il ragazzo più popolare insomma, e non solo perché figlio della temutissima professoressa di Biologia, una delle Istituzioni della scuola. Era, è ancora, alto e biondo, aveva un grande carisma ed eccelleva in tutto, nello studio come nello sport. Michele era invece l’artista, un musicista di grande talento che portava quel misto di spensieratezza e cialtroneria così naif da risultare irresistibile. A completare il quadro poi c’erano tra gli altri  la saggezza di Marta e la pazzia di Marina. C’era Luca, il Calimero della classe, soprannominato da tutti, a volte anche dai prof, Tuzzu, per via del colorito della sua pelle. C’era il sarcasmo di Alessandra, l’ingenuità di Anna,  il grezzume di Sarilli, la pacatezza dell’altro Luca, la dolcezza di Chiara e Valentina, l’intraprendenza di Laura, la simpatia molto spesso sopra le righe (a volte fin troppo pesante!) di Rosario e Mariano, la stramberia di Antonio….e poi c’era Vanni, che quando lo conosci lo eviti, ma se hai il coraggio di iniziare a frequentarlo non puoi che amarlo.

#RitornoalLICEO pt. 4 – Il giro lungo

Come già detto Pio & Piero erano i “capi” dell’autobus e come tali potevano anche prendere decisioni per tutti noi, ad esempio quella di saltare la scuola. Il modus operandi era sempre lo stesso. Imboccate le ultime curve, un attimo prima di entrare in paese, dal fondo dell’autobus si levava una voce che con un’intonazione particolare e riconoscibile comandava: “GIRO LUNGO”!. Il giro lungo consisteva nel rimanere seduti in autobus fino al suo ritorno al punto di partenza, ovvero la stazione del nostro paese. Ovviamente l’improvvisa parola d’ordine era accolta da festose grida di giubilo da parte di tutti noi. L’urlo GIRO LUNGO era subito seguito dal comico ordine “CHIUDETE LE TENDINE”, comando che noi subito ci applicavamo a svolgere per la paura di essere visti da qualche conoscente. Era così che l’intero gruppo di studenti faceva ritorno a casa senza pensieri a bordo di un autobus con i vetri oscurati, ci avrebbero pensato Pio &Piero a chiamare in segreteria e trovare una valida scusa per giustificare l’assenza.

Un giorno, al ritorno da un giro lungo, passeggiavo tranquillamente con Vanni per la via principale quando incontro mio padre che sorpreso di vedermi mi chiede cosa ci facessi lì e perché non fossi a scuola. E’ proprio in quel momento che Pio, sbucato da chissà dove e intuita al volo la situazione, pensa bene di deviare il suo cammino passandoci accanto  per rivelare, con un bel sorriso contagioso e senza neanche fermarsi,  la triste verità,  cioè che me l’ero “caliata” (avevo bigiato). La reazione di mio padre è stata l’unica possibile in quel momento, una sincera e scrosciante risata.

Il giro lungo venne eseguito diverse volte, anche se non poi così spesso come potete pensare, ma non durò a lungo. Dopo un paio di anni a scuola avevano ormai capito il subdolo gioco e soprattutto ne aveva abbastanza anche l’autista che una volta ha pensato bene di somministrarci un bel cazziatone visto che la scusa più frequente fornita da Pio & Piero a scuola era: “si è rotto l’autobus” oppure “l’autobus non è arrivato”. E d’altronde quale altra scusa potevano trovare per giustificare l’assenza di un così alto numero di persone?

#RitornoalLICEO pt. 3 – Lo zio Nino

Ovviamente il viaggio in autobus non era gratuito, dovevi fare il biglietto, o meglio, l’abbonamento. Lo pagavi tu ma a fine anno scolastico il comune ti rimborsava il tutto. L’abbonamento di solito si faceva il primo giorno utile del mese. Era un giorno di gran festa perché voleva dire arrivare in ritardo a scuola, di solito era regola saltare almeno la prima ora. Una volta chiuse le bussole e ingranata la marcia l’autista Michele con voce stridula urlava: “ABBONAMENTO PUTTANA DEI GUAI!!!” scatenando il delirio generale. Si arrivava quindi fino al capolinea dove nel suo piccolo ufficio ci attendeva lo zio Nino, un impiegato prossimo alla pensione. Lo zio Nino era simpatico ma anche irascibile, non reagiva sempre bene a quell’orda di studenti che si accalcava davanti al suo banchetto, e a volte qualche santo l’ha pure fatto volare. Una volta preso il nuovo cartoncino giallo dove lo zio Nino era andato a bucare il mese e l’anno relativi al pagamento, ci si avviava con tutta calma verso la scuola. La scusa era pronta per il professore di turno: “abbiamo fatto l’abbonamento”, la formula magica per evitare il provvedimento disciplinare. Certi sacri privilegi dei pendolari erano  duri a morire.

#RitornoalLICEO pt. 2 – Il primo giorno

Il ritrovo è alla stazione. E’ da lì che parte l’autobus. Tra i ragazzi in attesa ne conosco ben pochi, giusto un paio di buoni vecchi compagni della scuola elementare più un ragazzo che conosco di vista, che io sappia  l’unico mio futuro compagno di classe. Prendiamo posto a sedere  con estrema cautela tra quei tanti ragazzi più grandi di noi e sicuri di sè. Non passa molto tempo che comincia una specie di mercato della matricola. I ragazzi più grandi cercano il giovane imberbe da mettere sotto la propria ala. Noi siamo incuriositi da quella baraonda, ma per lo più siamo terrorizzati, cosa ci accadrà?  Non chiedetemi come ma alla fine della giornata, senza aver fatto nulla di particolare, o meglio, senza aver neanche aperto bocca, io avrò ben due “protettori”, i mitici Pio & Piero.

Pio & Piero erano i “capi” dell’autobus, cioè i ragazzi con più carisma a cui tutti davano ascolto. Sedevano sempre verso la fine, nei due posti giusto dietro la bussola posteriore, era quello il centro decisionale. Quando uno dei due mancava, o mancavano entrambi, i ragazzi rimasti in piedi non si permettevano mica di sedersi, rimanevano alzati per tutto il viaggio con i posti liberi ad un metro da loro.  Pio & Piero avevano (hanno) solo due anni in più di me. Si, era una specie di nonnismo, ma fatto con gran classe. Erano più dei comici che degli aguzzini, e tutti li amavamo per questo. Non ho mai visto Pio & Piero alzare le mani a nessuno. E mai nessuno le alzò a me visto che ero un loro protetto, ovvero un intoccabile.

Arriviamo in classe in ritardo ovviamente. Siamo davanti la porta d’ingresso, io, quel ragazzo, Vanni, che imparerò ad amare anche così com’è, ed un ragazzo di un paesino vicino al nostro che da lì a poco verrà ribattezzato Beatles, e Beatles per sempre rimarrà fino a quando, qualche mese dopo, deciderà di ritirarsi. Troppo stancante per lui quell’interminabile viaggio tra tre città ogni giorno.

E’ proprio Beatles che senza neanche un cenno  bussa ed apre la porta. Entriamo. Tutti ci guardano con grandissima curiosità. Ecco i pendolari si saranno detti. Ovviamente è rimasto vuoto il primo banco, è lì che ci sediamo io e Vanni, proprio davanti la cattedra. Beatles prende posto in quello più laterale accanto ad un ragazzo di un altro paese vicino, Patrizio, l’inventore del nome Beatles.

Tutto è iniziato così

#RitornoalLICEO pt. 1 – Una scelta felice

L’unica cosa che mi spaventava era proprio l’idea del viaggiare continuamente, ogni giorno, in autobus, e per un percorso di 20 km sola andata pieno di curve e strettoie. Non ho mai sofferto di mal d’auto ma pensavo che alla lunga potesse risultare pesante se non addirittura pericoloso. Ero ancora un ragazzino timido e timoroso e mi preoccupava anche il distacco dal mio ambiente, chissà cosa avrei trovato in quel paese a me sconosciuto, se e quando mi sarei ambientato. Ma la decisione era stata presa e senza neanche pensarci troppo, non ho mai pensato minimamente di iscrivermi al liceo classico, in testa avevo sempre e solo avuto lo scientifico.

Nella vita capita quasi quotidianamente di dover fare delle scelte, importanti o meno. Spesso dopo anni ci si guarda indietro per tirare le somme  pensando a quello che sarebbe potuto essere, e molte volte ci si rammarica di aver preso la decisione sbagliata. Una delle poche certezze della mia vita è che quella volta feci la scelta giusta, e fino ad oggi, dopo tanto tempo dalla fine di quei miei cinque anni di studio, non mi sono mai pentito né ho mai messo in discussione neanche per un momento la felice decisione di essermi iscritto in quel liceo scientifico, in quella cittadina di collina  a cui sono ormai indissolubilmente legato. Un posto che sento  quasi come casa mia, pieno di affetti e ricordi. Un luogo che mi ha fatto crescere,  che mi ha aperto ad una nuova fase dell’adolescenza, che mi ha dato una nuova mentalità, nuove idee, sicuramente migliori di quelle che avrei potuto assorbire restando a casa. Ma soprattutto un posto che mi ha fatto conoscere persone davvero speciali e vivere momenti indimenticabili. Persone e momenti che vi racconterò in questa rubrica.

 

#Americanate pt II: A touch of Sicily

E’ il mio primo giorno negli USA, è domenica e la sveglia suona tardi, devo ancora smaltire il fuso orario. Esco alla ricerca di un posto dove mangiare con la mia fantastica Buick Enclave, la strada principale di Waukesha è costeggiata per intero da negozi, centri commerciali e ristoranti e la mia scelta ricade, così, senza un motivo particolare, su una pizzeria (che poi proprio  pizzeria non è), Pizza Chicago.

Entro. Il locale non è molto frequentato ma penso sia per una questione d’orario, mi siedo e ordino tenendo accanto a me il piccolo dizionario italiano-inglese che sarà protagonista indiscusso di una serata da Fuddruckers qualche tempo dopo. Un cameriere dai lineamenti ispanici  attratto dal dizionario si avvicina e mi chiede se sono italiano e di dove per l’esattezza. Alla mia risposta sgrana gli occhi e mi dice entusiasta:

– My wife Francesca is from Porticello.

Non faccio in tempo a compiacermene che lui subito telefona alla moglie e mi ci fa parlare. Francesca mi da subito del tu, mi fa un po’ di domande personali, cosa faccio lì, dove alloggio e cose così, come se fossimo cari vecchi amici che non si vedono da tempo, tutto questo in un siciliano stretto ma allo stesso tempo accompagnato da quella tipica intonazione americana che non scoppio a ridere solo perché sono ancora frastornato per quella  situazione così surreale. Dalla telefonata guadagno un invito a cena al ristorante dello zio di Francesca a Milwaukee. Pedro, il cameriere, mi scrive su un foglio l’indirizzo, insiste nell’offrirmi il pranzo nonostante le mie insistenze  e mi da  appuntamento per la sera.

E ora? Che faccio? Vado o non vado? E’ il mio primo giorno negli USA e già accetto un invito a cena da sconosciuti? Ci sarà davvero un ristorante? O sarà invece uno scantinato usato per il commercio illegale di organi ed io sono il prossimo inconsapevole donatore? Ma che vadano tutti al diavolo, non vado e chissenefrega!!! E invece si, vado! Sono negli USA da solo e qualche rischio devo pur prenderlo se voglio godermela!

E’ pomeriggio inoltrato, monto sulla mia Buick, inserisco il cd di Silvestri, imposto il navigatore e via. Dopo una mezz’oretta tra autostrada e piccole vie residenziali arrivo sul posto, è il ristorante indicatomi,  Carini’s. A touch of Sicily  è il suo nome. Davanti l’ingresso una bellissima Corvette nera. Entro nel locale titubante, è ancora presto, un uomo sui 55 anni, alto, dal viso buono e con il bianco grembiule da cuoco mi accoglie e si presenta, è Pietro, il proprietario,  e quando gli spiego chi sono e cosa ci faccio lì, un po’ in anticipo per cenare in effetti, mi accoglie come un figlio, mi mostra il locale ricco di quadri con  foto di Palermo, mi invita a sedermi al bancone del bar all’ingresso e comincia a raccontarmi la sua vita, dalla sua infanzia a Porticello quando lavorava come pescatore con il padre all’apertura del ristorante a Millwaukee, dai suoi hobby americani agli aneddoti dei suoi periodici ritorni in Sicilia,  e mentre mi parla di tutto questo si preoccupa che il mio bicchiere di pepsi sia sempre pieno fino all’orlo.

Si avvicina ora di cena e comincia ad arrivare gente, clienti ma soprattutto gli invitati al party familiare di cui a mia insaputa farò parte. Arrivano Pedro e Francesca con i loro quattro deliziosi figli, arrivano altri parenti e prendiamo tutti posto in una lunga tavolata in cui ognuno ordina ciò che vuole (io spaghetti alle vongole, per l’antipasto ed il secondo faccio fare a loro). La serata  si anima subito allegramente. Ovviamente almeno inizialmente sono io il centro dell’attenzione, tutti mi parlano, mi fanno domande, cercano di mettermi a mio agio, mi sorridono, e la nonnina che mi è seduta davanti  mi scruta, mi osserva continuamente, e nonostante io sia già saturo di cibo  non fa che ripetermi perentoria:

-Mancia! Ti rissi mancia! (Traduzione per i non siciliani: “Mangia ti ho detto”)

E’ proprio un momento conviviale d’altri tempi ed io mi sento il protagonista di un film, uno dei tanti con degli italoamericani protagonisti.

La serata finisce con le classiche foto ricordo e promesse di rivederci, Pietro intanto mi riempie di caramelle e biglietti da visita da dividere ai miei colleghi (su mia idea e iniziativa).

Non ci saremmo più rivisti ma ci saremmo sentiti per un bel po’ via mail.

Sono anni che ormai non ci scriviamo, ma questo però non vuol dire che mi sia dimenticato della mia famiglia americana, l’affetto rimane, la gratitudine aumenta.

21-09-2008 Ristorante siciliano

 

#Americanate pt I: Silvestri in Buick

Gli States. E’ bastato un viaggio (ne sono seguiti ad oggi altri tre) e niente per me è stato più come prima.  Quando nel dicembre del 2007 a lavoro ci  annunciarono che saremmo andati nel Wisconsin per dei corsi di formazione io ebbi un sussulto di terrore: Come? In America?? Da solo??? Io da solo fino ad allora mi ero spinto al massimo in piccole toccate e fuga in provincia, neanche tanto lontano, e poi non parlavo neanche l’inglese. Nove mesi dopo invece mi ritrovo a Malpensa con in mano un biglietto aereo con destinazione Chicago. Ma il mio racconto inizia  quando metto piede dentro uno dei rent-car dell’aeroporto della città ventosa e la tizia al bancone mi indica col dito attraverso la finestra  la macchina a me assegnata. Io esclamo sbalordito:

– minchia!!!!

Passare dalla mia piccola 600 ad una Buick Enclave super accessoriata è veramente un grande salto. Metto da parte l’emozione di stare per guidare uno storico marchio a stelle e strisce che ben conosco grazie ai romanzi di Stephen King, mi sforzo di non pensare al fatto di stare per percorrere strade sconosciute e attraversare ben due Stati,  accendo quindi la  macchina e inserisco nel lettore un cd di Silvestri mai ascoltato. Con Monetine comincia il mio viaggio verso Milwaukee attraverso le emozionanti autostrade americane.

E’ inutile dire che quel cd lo conservo ancora gelosamente  ed è per questo motivo che associo Silvestri agli States anche se lui sono  sicuro che non ne andrebbe fiero, altrimenti non avrebbe scritto una canzone come Cohiba.

In quel momento ero ancora ignaro delle bellissime  esperienze che avrei vissuto in quel luogo, così come di quelle che avrei vissuto in futuro nei miei successivi viaggi  o nei momenti più quotidiani, esperienze che racconterò in questo blog e che spero vi tengano un po’ di compagnia.

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