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una vita non basta

Just hang on and suffer well

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#Mindflow

#Mindflow – pt. 5 – I miei 5 minuti di celebrità (ep. 2 di 2)

Categoria: sport

Durante quel meraviglioso anno trionfale nei Giovanissimi mi capitò una cosa davvero incredibile.  Una domenica pomeriggio mi recai per una piccola gita fuori porta in macchina con la mia famiglia e dei loro amici in un paese delle Madonie, non ricordo neanche quale fosse. Niente di che, anzi, molto spesso queste cose mi annoiavano perché toglievano tempo ai pomeriggi con i miei amici.

Eravamo in piazza ed io facevo girare il mio sguardo più annoiato da un punto all’altro senza particolare attenzione finchè mi accorgo che un gruppo di ragazzi all’incirca della mia età mi guardano in maniera insistente, a volte anche indicandomi e parlando furtivamente tra loro. Io sinceramente non capivo cosa volessero da me e cominciai anche a pensare o che mi avessero scambiato per qualcun altro con cui avevano qualcosa in sospeso oppure che avessi i pantaloni o comunque qualcosa nel mio vestiario che non andasse.

Improvvisamente il gruppo si diresse verso di me fermandosi a una decina di metri, si fermarono tutti tranne uno che mi venne incontro. Io cominciai a spaventarmi.  Quando però il ragazzo arrivò da me capìi subito che non aveva intenzioni bellicose, anzi, sembrava piuttosto intimidito, mi salutò e disse:

-Tu non sei il portiere della (omissis)?

Spalancai gli occhi per la sorpresa e gli risposi affermativamente. Lui, soddisfatto del mio monosillabico assenso,  si girò e tornò correndo dai suoi amici gridandogli:

-Ve l’avevo detto che era lui!!!

Al che i loro sguardi sospettosi si trasformarono in sguardi ammirati ed, ebbene si, emozionati.

Ogni volta che ci penso non posso che sorridere visto anche che io non mi sentivo per niente una star, anzi, ero piuttosto timido ai tempi, esageratamente timido, diciamola tutta.

 

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#Mindflow – pt. 4 – I miei 5 minuti di celebrità (ep. 1 di 2)

Categoria: sport

Non vi ho mai raccontato dei miei trascorsi sportivi.

Ben prima di dedicarmi all’hobby del calcetto durante i weekend avevo giocato a calcio a livelli agonistici nelle giovanili della squadra del mio Paese, e anche con buoni risultati.

Nella categoria Giovanissimi (età compresa tra 12 e 14 anni) giocavo come portiere e arrivammo primi in campionato vincendo tutte le partite tranne che per un solo pareggio.  Eravamo una squadra caterpillar. Gli avversari ci accoglievano in trasferta  quasi con reverenza, ovunque andassimo trovavamo un pubblico numeroso ad attenderci, e a volte, purtroppo, lo stesso pubblico usciva un po’ dal comune senso del pudore nel tifare la propria squadra, tanto che per ben due volte fummo costretti ad uscire dal centro sportivo scortati dalle forze dell’ordine.

Nelle partite in casa la situazione non era diversa. Giocavamo sempre la domenica mattina, in un campo proprio al centro del paese e accanto ad una chiesa molto frequentata. La gente usciva da messa e veniva ad affollarsi lungo il perimetro del campo da gioco, a frotte. Ricordo ancora la festa dopo l’ultima partita, il giro di campo per salutare il pubblico, la festa in pizzeria quella stessa sera. Il mio compleanno.

Ma non era finita qui perché la vittoria del campionato ci dava il diritto di partecipare ai playoff per il titolo di campione provinciale. La semifinale la giocammo contro il Bagheria, vincemmo 3-1 in trasferta, con spogliatoi allagati e conseguente uscita dal centro sportivo scortati dai Carabinieri, di nuovo,  e 3-2 sempre per noi, al ritorno in casa. La finale invece si giocò in campo neutro, a Palermo, contro il Cinisi. Vincemmo 1-0 con un gol negli ultimi minuti. Eravamo diventati campioni provinciali! E non mancarono foto e articoli nei vari quotidiani regionali. Peccato che i social e gli altri mezzi di comunicazione di oggi erano ancora lontani dal venire.

Quell’anno partecipammo anche ad un torneo internazionale, a Rimini. Arrivammo terzi, battuti in semifinale dalla Lucchese, ma con la soddisfazione di aver vinto nel nostro girone eliminatorio con un netto 2-0 contro la squadra tedesca che poi si sarebbe aggiudicata il torneo.

Gli anni successivi non furono ricchi di soddisfazioni, per questioni di età metà della squadra dovette passare a categorie superiori, io giocai come terzino, cambiando quindi ruolo, nell’under 18, saltando per intero una categoria e praticamente non giocando mai. Poi, rientrando nella mia categoria di appartenenza (Allievi), passai ad una squadra di un  Paese vicino, giocando davvero bene come stopper.

Dopo una piccola parentesi nella prima squadra di quel Paese durata pochi mesi, sempre come stopper,  e dopo essere tornato a giocare a casa un anno  nella seconda squadra del mio Paese come secondo portiere, lo studio, la stanchezza e la voglia venuta meno furono tra i motivi che mi spinsero a lasciare, senza soffrirne tra l’altro, il calcio agonistico.

E’ stato meglio così.

 

#Mindflow – pt. 3 – Le due sveglie

Categoria: università

A Palermo la sveglia  mattutina poteva essere di due tipi: o una canzone degli U2 sparata a tutto volume  o il rumore di un coltello che affonda in una bottiglia di plastica.  Non ci si poteva sbagliare.

Luca era un patito di Bono Vox & co, oltre che di oroscopi, ed infatti comprava il periodico Astra tutte le settimane. Quando era a casa e si svegliava per primo la storia era sempre la stessa: si recava in cucina, accendeva la playstation, inseriva il cd (se non era già rimasto dentro dalla volta precedente) e premeva play non prima di aver messo il volume al massimo. Potevano essere le sette del mattino o le nove, era lo stesso. E anche se io non ho mai amato particolarmente gli U2 devo dire che come risveglio non era poi male.

Più comica e disperata era la seconda. Riccarduzzo si alzava con lo stimolo ma ogni volta trovava il bagno occupato da Giulietto. Solo che Giulietto non si alzava per lo stimolo ma per farsi doccia, trucco e parrucco, quindi  occupava i sanitari per un bel po’. E non si sbrigava! Era totalmente  indifferente alle urla di dolore e ai pugni sulla porta. Così quando proprio non ce la faceva più, ovvero ogni volta, Riccarduzzo cedeva alla disperazione, prendeva una bottiglia di plastica, la segava in alto, e la riempiva.  La lite che sarebbe scoppiata qualche minuto dopo non trovava una soluzione per la prossima occasione.

Scene di vita universitaria. Ve ne racconterò diverse.

#Mindflow – pt. 2 – Giovani Insieme

Categoria: amici

Fino a qualche anno fa l’estate nella mia piccola città era del tutto diversa. Era più bella, più emozionante, più ricca. Fino a qualche anno fa in estate prendeva vita una manifestazione fantastica chiamata Giovani Insieme o a volte semplicemente Giovani In.

L’aspettavamo tutti con ansia e se ne cominciava a parlare già da giugno, un mese prima del suo inizio, quando prendeva vita quello che può a tutti gli effetti definirsi un vero e proprio calciomercato. Si formava la squadra insomma. Si perché Giovani In era un torneo in cui tante squadre, ognuna composta da 18 ragazzi con un numero pari di ragazzi e ragazze dai 16 anni in su,  mettevano in subbuglio la vita dell’intera cittadina da metà luglio a fine agosto.

Queste squadre in quel mese e mezzo si scontravano nelle più disparate prove, dagli sport comuni (calcio, basket, pallavolo, tennis, atletica leggera, lancio del giavellotto ecc…) a quelli inventati (calcio balilla umano, palla a due quadrati, palla a base, ecc…), dal musical al semplice canto,  dagli scacchi ai doppiaggi dal vivo, dal teatro al cabaret, dalle prove culinarie, con i turisti avidi assaggiatori e giurati, al ballo, dalla produzione di videoclip  ai quiz di cultura, dalle prove acquatiche alle sfilate. Di tutto e di più insomma, per chiudersi poi con la mitica caccia al tesoro, giorno in cui l’intero paese  era letteralmente invaso da centinaia di scalmanati ragazzi a caccia di indizi, dal primo pomeriggio fino a notte inoltrata.

Ad ogni prova veniva stilata una classifica e ad ogni posizione venivano assegnati dei punti che andavano poi a sommarsi, prova dopo prova,  in quella generale per il piazzamento finale. Le squadre, premiate poi nella serata finale che costituiva sempre un grande evento per l’intera comunità, non concorrevano solo per la gloria, o per la coppa da portare a casa, ma anche per molto di più, per premi che,  secondo gli sponsor e la disponibilità economica di quell’edizione, potevano essere anche molto allettanti. Venivano premiati anche i ragazzi e le ragazze che riuscivano a distinguersi in qualche disciplina. Una volta Il Figlio, un mio carissimo amico che con me ed Ele formava il cervello delle nostre squadre, come personaggio maschile dell’anno vinse un viaggio a Malta per due.

E’ per questo che il torneo iniziava a Giugno, capite bene che  bisognava mettere giù una squadra che fosse competitiva in tutte le discipline. E quindi via con le telefonate, i messaggi, gli appostamenti, i discorsi, le mediazioni, le promesse, le amicizie, le antipatie, gli abboccamenti amorosi.

Ci si divertiva davvero. Ogni anno era una sfida nuova, anche contro noi stessi. Grazie a Giovani In ho vinto la mia grande timidezza mettendomi in gioco a rischio anche di figuracce plateali. E poi ho riso tanto, ho provato mille esperienze, ho fatto amicizia con una incredibile moltitudine di ragazzi ed adulti, mi sono divertito, sono cresciuto.

Questo appuntamento si è protratto per più di 25 anni, più di 25 estati. Ora è già qualche anno che non c’è più. E’ stato proprio Il figlio con un paio di altri amici ad organizzare, seppur con notevoli difficoltà, le ultime due edizioni. Nel tempo libero ho dato loro una mano accorgendomi però di come l’energia e la magia delle precedenti edizioni si fosse ormai irrimediabilmente persa.

Tutti noi ricordiamo con affetto e commozione quelle avventure, a volte ci ritroviamo a parlarne con malinconia. I tempi sono cambiati purtroppo. Oggi i ragazzi preferiscono fare altro. Poveracci, non sanno ciò che si perdono.

#Mindflow – pt. 1 – Pizza a domicilio

Categoria: università

A Palermo, nella casa che condividevo  con altri tre ragazzi, ci  divertivamo con poco. L’ago della bilancia era sempre uno, Luca, il padrone di casa, di cinque anni più grande di noi e dalla vita sociale intensa quanto originale.

Una sera a settimana, di solito il giovedì, ci concedevamo un lusso mangereccio che poteva consistere in un pollo allo spiedo con un abbondante contorno di patate o una pizza familiare, prelibatezze di cui eravamo soliti rifornirci sempre negli stessi posti.

Una sera Luca si impossessa del cellulare di Riccardo, quello da cui siamo soliti chiamare in pizzeria,  e ordina un paio di familiari, le più costose, che fa recapitare a casa di alcuni suoi amici ignari di tutto. Uno scherzone insomma.

Quando Riccarduzzo lo viene  a sapere monta su tutte le furie, soprattutto perché la pizzeria ha memorizzato il suo numero come cliente affezionato.  Ne scaturisce quindi una lunga e furibonda lite in cui l’accusatore viene finalmente calmato più per stanchezza che per le promesse del sempre serafico imputato.

Gli animi sono stati placati da  un paio d’ore quando suona il cellulare del misfatto, Riccardo lo prende e lo  guarda preoccupato, è la pizzeria. La lite esplode più potente di prima ma questa volta non dura molto perché Luca si prende subito  la responsabilità di rispondere e chiedere scusa sistemando una volta per tutte la situazione.

Risponde dunque, ma più che scusarsi lo vediamo ascoltare, e di tanto in tanto annuire.

Noi lo guardiamo, studiamo attentamente ogni espressione del suo viso cercando  di capire l’andamento della discussione,  finchè lui conclude la telefonata con un:

-No no non si preoccupi non ci fa nulla, grazie comunque.

Insomma, per farla breve, il ragazzo addetto alla consegna della pizza era stato fermato e picchiato da alcuni delinquenti della zona che avevano pensato bene di cenare gratuitamente quella sera. La pizzeria ci aveva dunque richiamato per informarci dell’accaduto, scusarsi, e, se ne avevamo ancora voglia, consegnarci le pizze ordinate con in dono qualche arancina e panella per scusarsi del ritardo.

E’ finita bene. Ma solo per noi

 

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