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una vita non basta

Ho scolpito sulla pelle che chi piange riderà

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#RitornoalLICEO

#RitornoalLICEO pt. 11 – L’appello

Il vero appello dei miei anni di liceo  non è stato quello di classe. L’appello per eccellenza, quello per cui il termine appello  si è trasformato in un’icona indimenticabile, l’ ”Appello” appunto, era quello che si faceva in autobus.

Al mattino, una volta saliti a bordo, preso posto e cominciato il tragitto, il brusio generale, un po’ assonnato in verità, veniva ridotto al silenzio dalla parola d’ordine gridata da Pio & Piero (ve li ricordate?) che tutti noi aspettavamo quasi con trepidazione: “APPELLOOO”.  Non era altro che una lista di nominativi non scritta e neanche completa dei passeggeri abituali dell’autobus, di noi pendolari insomma. Le regole erano semplici: una volta chiamato dovevi alzare la mano e gridare: “PRESENTE!”, pena un “cappotto” (una razione di botte) che sarebbe stato perpetrato dai giustizieri (di solito un paio di ragazzi) agli ordini dei due capi dell’autobus. In realtà era un gioco che direttamente e indirettamente divertiva tutti, autista compreso che partecipava attivamente al gioco in quanto inserito in elenco.

Nessuno è stato mai picchiato…tranne Vanni!

Di solito il suo nome veniva proferito piano piano, quasi sussurrato, per evitare che alzasse la mano, ma in realtà ognuno conosceva perfettamente il suo turno in lista e in questi casi lui la alzava lo stesso, con sicurezza. Certo, questo non voleva dire niente, un giorno il malcapitato accompagnò il suo “Presente” con un pugno alzato, non un dito o la mano, un pugno, che poi era lo stesso. Non per Pio & Piero che a quella vista risposero subito “PUGNO!”, e la punizione venne subito eseguita.

Io invece mi distinguevo per la velocità con cui rispondevo alla chiamata, velocità che faceva divertire da matti Pio & Piero. Del mio tempo di reazione non potevo certo lamentarmi anche come portiere di calcio d’altronde.

Non era violenza ma solo un gioco per addolcire il tragitto. In realtà era un altro il gioco di cui Vanni doveva aver paura…

#RitornoalLICEO pt. 10 – Boom!

Lezione di italiano, quinto anno. Improvvisamente la porta si apre con violenza, sbatte sul muro, boom! Mariano, il mio migliore amico, un anno più piccolo, adesso in Cina per lavoro,  entra tenendo per il colletto Vanni che aveva chiesto di andare in bagno ma non era più rientrato. Lo tiene davanti a sé strattonandolo, come un rozzo piedipiatti che ha appena acciuffato un delinquente, poi gli molla un bel calcio nel sedere e gli urla: “adesso vatti a sedere al tuo posto e segui la lezione”, si strofina le mani come se si fosse disfatto di qualcosa di sporco, gira i tacchi e se ne va chiudendosi la porta dietro, non prima di averci regalato un bel sorriso complice e soddisfatto.

Noi restiamo di sasso, increduli. Vanni si siede, ride imbarazzato, come se fosse stato tutto organizzato. Il prof scuote la testa tra il divertito ed il rassegnato, e poi ricomincia spiegare. In fondo Mariano è suo nipote.

#RitornoalLICEO pt.9 – Quella del primo banco

 

Ma Paolo e Francesca, quelli io me li ricordo bene perché ditemi chi non si è mai innamorato di quella del primo banco, la più carina, la più cretina, cretino tu,  che rideva sempre proprio quando il tuo amore aveva le stesse parole, gli stessi respiri del libro che leggevi di nascosto sotto il banco.

Compagno di scuola – Venditti

#RitornoalLICEO pt.8 – Foucono

Nicola era uno dei più bravi della classe e oggi è uno di quelli che forse può vantare  la miglior carriera nel suo curriculum. E’ anche per questo che la storia che sto per raccontare risulta più divertente, proprio perché inaspettata. Queste performance ce le potevamo aspettare da Michele che una volta festeggiammo in classe con tanto di dolci e bibite per il suo bellissimo quanto inaspettato quattro e mezzo in un compito di matematica. Eppure so benissimo che questi momenti possono accadere anche ai migliori, può darsi che per un attimo il suo cervello abbia deciso di non funzionare o chissà cosa altro, d’altronde è un mistero come giri il tutto e del resto anche a me è capitato di trovarmi improvvisamente in off senza poter venire fuori da situazioni apparentemente elementari.

Nicola è chiamato alla lavagna, proprio davanti a me che sono seduto al primo banco. La professoressa vuole iniziare con un bel problema di geometria, “Nicola, disegna un cono” gli dice.

Nicola la guarda un po’ stranito e si gira in contemplazione di quello spazio nero di ardesia, con la mano libera dal gesso a massaggiarsi il mento in cerca di ispirazione. Niente. Gira lo sguardo verso di me, gli occhi sono un libro aperto, cerca aiuto, e non bastasse questo mi fa un cenno con la mano di nascosto, un cenno che qui dalle mie parti vuol dire “cosa?”. Io gli sorrido, sono più basito di lui perché non riesco a capire cosa voglia da me, deve solo disegnare un cono! Allargo le braccia e gli sussurro “un cono Nicola”. Uno, due, tre volte.

Passa ancora un minuto, niente, è completamente in panne. La professoressa lo incalza un po’ infastidita: “avanti Nicola su, disegna questo cono”, ed ecco che viene fuori il genio. Nicola si lancia e con fare meno titubante di quanto possiate pensare disegna un bel cono, un cono geometrico capovolto e con una bella palla nella parte superiore. Si, insomma, un bel cono gelato!

Delirio!

Siamo solo alla prima ora ma tutto si  trascina fino alla quinta e ultima quando il professore di filosofia si arrende e decide di sospendere la lezione, è impossibile continuare con alunni che ogni cinque minuti scattano a ridere, con le lacrime agli occhi.

Nicola non ha mai commentato quell’episodio, non si è spiegato, non ha dato la sua personale versione dei fatti, non ha trovato una scusa, un’attenuante, tipo, che so,  la mente era ancora intorpidita dal sonno, ma soprattutto non ha mai risposto alla domanda lanciata da Rosario dall’ultimo banco: “ a che gusto è?”. Beh, forse aveva ragione Mariano, era meglio un Cucciolone.

Da quel giorno Nicola venne ribattezzato Foucono, un nome che per metà prende spunto dal pendolo di Foucault, ma non chiedetemi il perchè!

#RitornoalLICEO pt.7 – Celine Dion e amori in lingua francese

La nostra professoressa di francese era davvero simpatica oltre che brava ma aveva anche il difetto di interessarsi troppo alle vite sentimentali dei suoi alunni. Vanni era piuttosto bravo in francese ma per ben tre anni non rivolse mai la parola alla professoressa, se non ricordo male non fu neanche mai interrogato, e tutto questo solo perché si offese quando, durante una lezione al secondo anno, lei osò chiedergli se fosse fidanzato. Una battutina davvero carina, buttata lì senza malizia e nemmeno gratuitamente. Lui però mutò di colpo atteggiamento e si rinchiuse in un silenzio di protesta. Una lunga guerra silenziosa.

Dal quarto anno di liceo in poi le cose iniziarono a migliorare. Vanni cominciò a rivolgere la parola all’insegnante ma solo raramente e in occasioni a lui vantaggiose. Conoscendo la natura curiosa della prof, a volte, durante una lezione, improvvisamente si animava e senza chiedere il permesso di potere intervenire esordiva dicendo: “Professoressa lo sa che TIZIO si è fatto fidanzato?” per poi ricadere nel suo mutismo selettivo. L’obiettivo era però sempre raggiunto perché la professoressa  interrompeva immediatamente la spiegazione e concentrando tutte le sue attenzioni su TIZIO, che nel 99% dei casi ero io, dava inizio ad un vero e proprio interrogatorio portato avanti con un atteggiamento quasi materno, scatenando anche la curiosità delle mie compagne. Non era mai vero niente ma lui si divertiva così, e inoltre gli eravamo grati perchè svolgeva anche la pubblica funzione di far in pratica saltare l’ora, anche se a pagarne le spese ero solo io che a quei tempi ero piuttosto, direi fin troppo, timido e impacciato.
Questo scherzetto mi costò una volta anche una lunga linea a penna tirata su per tutta la lunghezza del mio braccio, ma questa è un’altra storia.

Un giorno la stessa professoressa, se non sbaglio al terzo anno, portò in classe uno stereo ed una cassetta di Celine Dion. Con la scusa di imparare il francese in maniera nuova e divertente, cosa che era anche vera, ci fece ascoltare la canzone Pour que tu m’aimes ancore. Vi dirò, una bella canzone, romanticissima ma bella. Le ragazze se ne innamorarono alla follia, noi maschietti reggemmo il gioco, fatto sta che in quell’ora consumammo quel tratto di nastro per tutte le volte che ascoltammo la canzone. Per non parlare dei giorni seguenti e dell’intero anno scolastico. Ci fu pure chi acquistò il cd.
Quella canzone è presente oggi all’interno della mia compilation di musica varia che tengo in auto dentro una pen-drive. La ascolto ancora con gran piacere, ci sono molto affezionato.

#RitornoalLICEO pt.6 – War! (Il cancellino)

Per un periodo, durante la ricreazione, abbiamo preferito rimanere in classe, chiuderci proprio dentro, non prima di aver allontanato tutte le ragazze. La nostra assenza dava forse un pò nell’occhio, nessuno capiva e da fuori non si sentivano rumori, nessun urlo, nessun botto. Cosa facevamo?  Semplice, le battaglie con il cancellino. Facevamo le squadre, lo sporcavamo e ce lo tiravamo di sopra, facendo attenzione a ripulirci per non destare sospetti alla ripresa delle lezioni.

Una volta Michele prese Luca in pieno volto con l’intera superficie, fu forse l’unica volta che il malcapitato mise da parte la sua pacatezza rincorrendo l’attentatore con fare furioso ed un viso interamente bianco, un mimo impazzito insomma.

Il gioco finì il giorno in cui il cancellino volò dalla finestra e finì nello spiazzale.  Fu Fabrizio a tirarlo e fu lui a rendersi disponibile per andarlo a riprendere. Solo che Fabrizio non tornava ed il ritardo si faceva sempre più grande e preoccupante. Ad un tratto ci accorgiamo di un brusio sempre crescente provenire dalle finestre, e subito dopo sentiamo una voce, chiara, provenire  dallo spiazzale. E’ lui, sta chiamando Vanni. Ci affacciamo, e non scorderò mai ciò che vidi: Fabrizio stava in piedi, al centro dello spiazzale su cui si affacciavano le finestre di tutte le classi dell’istituto da cui sporgevano infinite teste. Con aria soddisfatta  guardava verso di noi che stavamo all’ultimo piano e rideva, cancellino ancora in mano. A terra, a caratteri cubitali, col gesso era stata scritta questa frase: “VANNI SUCA”.

Memorabile!

Fabrizio non fu mai punito per quella goliardata. E sinceramente non lo meritava affatto.

 

#RitornoalLICEO pt. 5 – Compagni per sempre

La mia classe era umanamente molto variegata, composta soprattutto da ragazzi del luogo, con diversi livelli culturali  e diverse disponibilità economiche. Ho sempre avuto l’impressione che fosse anche la più osservata e invidiata dell’istituto. Eravamo davvero un bel gruppo, molto ben amalgamato nonostante le tante differenze. Ci volevamo un gran bene e ce ne vogliamo ancora anche se la vita ci ha un po’ dispersi in giro per l’Europa. Eravamo tutti bravi ragazzi, simpatici,  con alcuni elementi di spicco che imparerete a conoscere. Fabrizio era  la star indiscussa della classe ma anche dell’intero Istituto, il ragazzo più popolare insomma, e non solo perché figlio della temutissima professoressa di Biologia, una delle Istituzioni della scuola. Era, è ancora, alto e biondo, aveva un grande carisma ed eccelleva in tutto, nello studio come nello sport. Michele era invece l’artista, un musicista di grande talento che portava quel misto di spensieratezza e cialtroneria così naif da risultare irresistibile. A completare il quadro poi c’erano tra gli altri  la saggezza di Marta e la pazzia di Marina. C’era Luca, il Calimero della classe, soprannominato da tutti, a volte anche dai prof, Tuzzu, per via del colorito della sua pelle. C’era il sarcasmo di Alessandra, l’ingenuità di Anna,  il grezzume di Sarilli, la pacatezza dell’altro Luca, la dolcezza di Chiara e Valentina, l’intraprendenza di Laura, la simpatia molto spesso sopra le righe (a volte fin troppo pesante!) di Rosario e Mariano, la stramberia di Antonio….e poi c’era Vanni, che quando lo conosci lo eviti, ma se hai il coraggio di iniziare a frequentarlo non puoi che amarlo.

#RitornoalLICEO pt. 4 – Il giro lungo

Come già detto Pio & Piero erano i “capi” dell’autobus e come tali potevano anche prendere decisioni per tutti noi, ad esempio quella di saltare la scuola. Il modus operandi era sempre lo stesso. Imboccate le ultime curve, un attimo prima di entrare in paese, dal fondo dell’autobus si levava una voce che con un’intonazione particolare e riconoscibile comandava: “GIRO LUNGO”!. Il giro lungo consisteva nel rimanere seduti in autobus fino al suo ritorno al punto di partenza, ovvero la stazione del nostro paese. Ovviamente l’improvvisa parola d’ordine era accolta da festose grida di giubilo da parte di tutti noi. L’urlo GIRO LUNGO era subito seguito dal comico ordine “CHIUDETE LE TENDINE”, comando che noi subito ci applicavamo a svolgere per la paura di essere visti da qualche conoscente. Era così che l’intero gruppo di studenti faceva ritorno a casa senza pensieri a bordo di un autobus con i vetri oscurati, ci avrebbero pensato Pio &Piero a chiamare in segreteria e trovare una valida scusa per giustificare l’assenza.

Un giorno, al ritorno da un giro lungo, passeggiavo tranquillamente con Vanni per la via principale quando incontro mio padre che sorpreso di vedermi mi chiede cosa ci facessi lì e perché non fossi a scuola. E’ proprio in quel momento che Pio, sbucato da chissà dove e intuita al volo la situazione, pensa bene di deviare il suo cammino passandoci accanto  per rivelare, con un bel sorriso contagioso e senza neanche fermarsi,  la triste verità,  cioè che me l’ero “caliata” (avevo bigiato). La reazione di mio padre è stata l’unica possibile in quel momento, una sincera e scrosciante risata.

Il giro lungo venne eseguito diverse volte, anche se non poi così spesso come potete pensare, ma non durò a lungo. Dopo un paio di anni a scuola avevano ormai capito il subdolo gioco e soprattutto ne aveva abbastanza anche l’autista che una volta ha pensato bene di somministrarci un bel cazziatone visto che la scusa più frequente fornita da Pio & Piero a scuola era: “si è rotto l’autobus” oppure “l’autobus non è arrivato”. E d’altronde quale altra scusa potevano trovare per giustificare l’assenza di un così alto numero di persone?

#RitornoalLICEO pt. 3 – Lo zio Nino

Ovviamente il viaggio in autobus non era gratuito, dovevi fare il biglietto, o meglio, l’abbonamento. Lo pagavi tu ma a fine anno scolastico il comune ti rimborsava il tutto. L’abbonamento di solito si faceva il primo giorno utile del mese. Era un giorno di gran festa perché voleva dire arrivare in ritardo a scuola, di solito era regola saltare almeno la prima ora. Una volta chiuse le bussole e ingranata la marcia l’autista Michele con voce stridula urlava: “ABBONAMENTO PUTTANA DEI GUAI!!!” scatenando il delirio generale. Si arrivava quindi fino al capolinea dove nel suo piccolo ufficio ci attendeva lo zio Nino, un impiegato prossimo alla pensione. Lo zio Nino era simpatico ma anche irascibile, non reagiva sempre bene a quell’orda di studenti che si accalcava davanti al suo banchetto, e a volte qualche santo l’ha pure fatto volare. Una volta preso il nuovo cartoncino giallo dove lo zio Nino era andato a bucare il mese e l’anno relativi al pagamento, ci si avviava con tutta calma verso la scuola. La scusa era pronta per il professore di turno: “abbiamo fatto l’abbonamento”, la formula magica per evitare il provvedimento disciplinare. Certi sacri privilegi dei pendolari erano  duri a morire.

#RitornoalLICEO pt. 2 – Il primo giorno

Il ritrovo è alla stazione. E’ da lì che parte l’autobus. Tra i ragazzi in attesa ne conosco ben pochi, giusto un paio di buoni vecchi compagni della scuola elementare più un ragazzo che conosco di vista, che io sappia  l’unico mio futuro compagno di classe. Prendiamo posto a sedere  con estrema cautela tra quei tanti ragazzi più grandi di noi e sicuri di sè. Non passa molto tempo che comincia una specie di mercato della matricola. I ragazzi più grandi cercano il giovane imberbe da mettere sotto la propria ala. Noi siamo incuriositi da quella baraonda, ma per lo più siamo terrorizzati, cosa ci accadrà?  Non chiedetemi come ma alla fine della giornata, senza aver fatto nulla di particolare, o meglio, senza aver neanche aperto bocca, io avrò ben due “protettori”, i mitici Pio & Piero.

Pio & Piero erano i “capi” dell’autobus, cioè i ragazzi con più carisma a cui tutti davano ascolto. Sedevano sempre verso la fine, nei due posti giusto dietro la bussola posteriore, era quello il centro decisionale. Quando uno dei due mancava, o mancavano entrambi, i ragazzi rimasti in piedi non si permettevano mica di sedersi, rimanevano alzati per tutto il viaggio con i posti liberi ad un metro da loro.  Pio & Piero avevano (hanno) solo due anni in più di me. Si, era una specie di nonnismo, ma fatto con gran classe. Erano più dei comici che degli aguzzini, e tutti li amavamo per questo. Non ho mai visto Pio & Piero alzare le mani a nessuno. E mai nessuno le alzò a me visto che ero un loro protetto, ovvero un intoccabile.

Arriviamo in classe in ritardo ovviamente. Siamo davanti la porta d’ingresso, io, quel ragazzo, Vanni, che imparerò ad amare anche così com’è, ed un ragazzo di un paesino vicino al nostro che da lì a poco verrà ribattezzato Beatles, e Beatles per sempre rimarrà fino a quando, qualche mese dopo, deciderà di ritirarsi. Troppo stancante per lui quell’interminabile viaggio tra tre città ogni giorno.

E’ proprio Beatles che senza neanche un cenno  bussa ed apre la porta. Entriamo. Tutti ci guardano con grandissima curiosità. Ecco i pendolari si saranno detti. Ovviamente è rimasto vuoto il primo banco, è lì che ci sediamo io e Vanni, proprio davanti la cattedra. Beatles prende posto in quello più laterale accanto ad un ragazzo di un altro paese vicino, Patrizio, l’inventore del nome Beatles.

Tutto è iniziato così

#RitornoalLICEO pt. 1 – Una scelta felice

L’unica cosa che mi spaventava era proprio l’idea del viaggiare continuamente, ogni giorno, in autobus, e per un percorso di 20 km sola andata pieno di curve e strettoie. Non ho mai sofferto di mal d’auto ma pensavo che alla lunga potesse risultare pesante se non addirittura pericoloso. Ero ancora un ragazzino timido e timoroso e mi preoccupava anche il distacco dal mio ambiente, chissà cosa avrei trovato in quel paese a me sconosciuto, se e quando mi sarei ambientato. Ma la decisione era stata presa e senza neanche pensarci troppo, non ho mai pensato minimamente di iscrivermi al liceo classico, in testa avevo sempre e solo avuto lo scientifico.

Nella vita capita quasi quotidianamente di dover fare delle scelte, importanti o meno. Spesso dopo anni ci si guarda indietro per tirare le somme  pensando a quello che sarebbe potuto essere, e molte volte ci si rammarica di aver preso la decisione sbagliata. Una delle poche certezze della mia vita è che quella volta feci la scelta giusta, e fino ad oggi, dopo tanto tempo dalla fine di quei miei cinque anni di studio, non mi sono mai pentito né ho mai messo in discussione neanche per un momento la felice decisione di essermi iscritto in quel liceo scientifico, in quella cittadina di collina  a cui sono ormai indissolubilmente legato. Un posto che sento  quasi come casa mia, pieno di affetti e ricordi. Un luogo che mi ha fatto crescere,  che mi ha aperto ad una nuova fase dell’adolescenza, che mi ha dato una nuova mentalità, nuove idee, sicuramente migliori di quelle che avrei potuto assorbire restando a casa. Ma soprattutto un posto che mi ha fatto conoscere persone davvero speciali e vivere momenti indimenticabili. Persone e momenti che vi racconterò in questa rubrica.

 

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