Io adoro Milwaukee. E di conseguenza adoro il Wisconsin.  E’ una città in cui si respira aria di libertà, dove i grattacieli e i grandi palazzi non mancano di certo ma non opprimono i passanti,  dove tutto è una cartolina, tutto è pulito e ordinato, dove è facile trovare un parco, una zona verde o un luogo adatto in cui rilassarsi e respirare, dove c’è sempre qualcosa da fare, dove le persone sono sorridenti e la vita scorre così tranquilla e “americana” che sembra quasi di vivere in un telefilm.  A Milwaukee ho visto ragazze in jeans e camicioni giocare a biliardo, gente passeggiare rilassata sulle rive del lago Michigan, studentesse in tuta e occhiali studiare di sera all’interno di un bar davanti ad una tazza di cioccolata, ho visto sorrisi e gentilezza,  ragazzini festeggiare il loro compleanno con la famiglia da Hooters, ho visto ragazze passeggiare nei centri commerciali in bigodini e tappine.  A Milwaukee ci sono grattacieli, palazzoni ma anche tante casette da telefilm, ville più o meno grandi, più o meno belle, affacciati sulla stradina  con il barbecue e la rimessa per le auto, quartieri più o meno esclusivi ma anche bassifondi di una dignità incredibile e una porta di casa con su scritto a caratteri importanti HOPE, speranza, con sullo sfondo l’immagine di Obama.

Il
Il cosidetto “matitone” del centro

Come la gran parte delle città americane anche Milwaukee non eccelle ovviamente in monumenti storici, la bellezza sta tutta nell’atmosfera, nella sensazione di ottima vivibilità. Il punto di interesse più importante per i turisti in centro è sicuramente la statua in bronzo di Fonzie, il protagonista del famoso telefilm Happy Days  ambientato proprio a Milwaukee, posizionato in un luogo strategico con alle spalle lo skyline del centro.

Statua di Fonzie
Statua di Fonzie

La più importante attrazione però si trova a solo pochi km dal centro, proprio in riva al lago Michigan. E’ il Milwaukee Art Museum, il più importante museo del Wisconsin,  dedicato all’arte Europea ed Americana dal XV secolo ai giorni nostri che conserva lavori, tra gli altri, di Miro, Rothko, Rodin, Degas, Monet, Picasso e Monet.  Iil museo è famoso a livello internazionale soprattutto per il suo complesso architettonico formato da tre edifici in cui spicca il celebre Quadracci Pavilion progettato dallo spagnolo Calatrava. Impossibile perderselo,  anche per godere del bellissimo quartiere che lo circonda che oltre al complesso museale propone anche un bel parco.

Millwaukee Art Museum - Quadracci Pavilion
Millwaukee Art Museum – Quadracci Pavilion
Juneau Park
Juneau Park

Ma Milwaukee non è solamente la città di Happy Days, è ben altro. All’interno di Milwaukee c’è una città nella città, un intero quartiere dalla gradazione alcolica, la Miller Valley. E’ proprio qui  infatti che si produce la famosa birra americana. Attraverso un tour guidato è possibile visitare la fabbrica, vedere e apprendere tutte le fasi della produzione, visitare il museo, addirittura interagire con l’ologramma del fondatore Mr. Miller e infine gustare gratuitamente ben tre pinte di birra dal gusto differente.

Ingresso Miller Valley
Ingresso Miller Valley

Milwaukee è soprattutto la capitale dei patiti delle due ruote, la città dell’Harley Davidson.  Anche qui è possibile visitare il museo, davvero imperdibile anche per i non appassionati. Moto di tutte le epoche, di tutti i tipi, per tutte le necessità e per tutti i gusti, ma anche carene, particolari, e tutto quanto può in qualche modo stupire il visitatore. Qualcosa di straordinario.

Una delle esposizioni dell'Harley Davidson Museum
Una delle esposizioni dell’Harley Davidson Museum

Happy days quelli trascorsi da me a Millwaukee che per me è stata anche: mangiare Jambalaya da Cheescake Factory, suonare uno strumento o giocare a guitar hero da Best Buy, girare per centri commerciali, mangiare hamburger da Fuddrucker’s , visitare il Miller Park (stadio di baseball), fare quattro salti al Victory’s, guardare dal vivo le partite di hockey sul ghiaccio degli Admirals  e dei Buick in NBA, e mangiare da Carini’s, il ristorante dello “zio” Pietro,  un mio conterraneo conosciuto casualmente  sul luogo che mi ha “adottato” per un paio di giorni facendomi sentire a casa. Niente di sconvolgente, me ne rendo conto,  ma una volta che vi trovate lì perché non provare a fare anche questo?