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L’ennesima vergognosa farsa italiana

Ed eccoci qui a raccontare i titoli di coda di questa ennesima farsa chiamata campionato italiano di calcio. Doveva essere l’anno della rivoluzione con l’introduzione del VAR il cui funzionamento è durato però solo un paio di giornate, giornate in cui finalmente si stava aprendo una nuova era con i soliti evidenti favori pro Juventus prontamente smascherati. La situazione stava però sfuggendo di mano a chi dirige le fila e subito sono cambiate le carte in tavola. Da quel momento in poi anche questo innovativo strumento è stato prima bistrattato (per poi essere richiesto in Europa dopo la meravigliosa sera madrilena, guardate un pò che coerenza!) e poi trasformato in uno strumento in mano ai soliti noti (nella storia il rigore netto a favore della Fiorentina prima assegnato e poi, dopo minuti di proteste, annullato dal VAR, ovvero il VAR che interviene per cambiare in peggio la decisione arbitrale, inimmagginabile!)

L’epica figura…lasciatemelo dire…di merda! di Buffon che nel post Madrid ha sputtanato in 10 minuti un’intera carriera dimostrando l’uomo che in realtà è (ma non è una novità per chi è ben informato) è stata la più grande testimonianza di come funziona il nostro calcio dimostrando  tutto il malaffare con cui è tirato avanti. Un discorso intimidatorio, mafioso e rivelatore che la dice tutta sulla trasparenza del nostro campionato, e tutto questo solo per l’onta di aver subito un calcio rigore, peraltro sacrosanto, sul fischio finale.

Tornato al campionato tutto doveva essere sistemato e la “sensibilità” arbitrale è stata commovente solo qualche giorno dopo convalidando un gol in pieno fuorigioco (ed il VAR?) contro la Samp. Uno dei tanti ovviamente di tutto il campionato.

La sensibilità è diventata amore, “amore atomico, Enola Gay”, direbbe Bianconi, insomma, una vergogna infinita, questo weekend a San Siro. Una partita scandalosamente arbitrata a senso unico con lo scopo di spegnere sul nascere ogni velleità dell’avversario di turno che avrebbe potuto consegnare lo scudetto al Napoli.

L’Inter è stata commovente, orgogliosa, in 10 per 80 minuti, con tutte le decisioni arbitrali contro (rimarrà nella storia il fallaccio di Pjanic già ammonito, l’ennesimo,  con conseguente ammonizione a D’Ambrosio) ha messo sotto la Juve ribaltando persino il risultato. Purtroppo quello in cui non è riuscito l’arbitro è stato completato da Spalletti con i suoi cambi scellerati che sarebbero da esonero, e io spero sempre che arrivi quel Simeone che, ok,  non sarà un fautore del calcio champagne, ma trasuda interismo da tutti i pori.

La sconfitta brucia, ma non per sè quanto per come è maturata, per quell’arroganza di dover vincere a tutti i costi e in tutti i modi possibili, per il fatto che è tutto già scritto e nessuno può farci nulla, per come ti rovinano una passione, per come hanno ucciso questo sport che conta sempre meno appassionati, per il fatto che ti inducano a non far parte più di questo teatrino per il quale noi tifosi spendiamo soldi, a partire dagli abbonamenti alle pay tv totalmente assoggettate e pilotate.

Ho già chiamato mio padre, gli ho intimato di disdire l’abbonamento a Sky, altri amici lo hanno già fatto o lo stanno facendo, sopportare anche  le prese in giro  (tipo il vergognoso scambio di battute tra Allegri e Tagliavento sull’esito del match) sinceramente è troppo e io non voglio essere complice.

Che facciano un campionato a parte!

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#Mindflow – pt. 5 – I miei 5 minuti di celebrità (ep. 2 di 2)

Categoria: sport

Durante quel meraviglioso anno trionfale nei Giovanissimi mi capitò una cosa davvero incredibile.  Una domenica pomeriggio mi recai per una piccola gita fuori porta in macchina con la mia famiglia e dei loro amici in un paese delle Madonie, non ricordo neanche quale fosse. Niente di che, anzi, molto spesso queste cose mi annoiavano perché toglievano tempo ai pomeriggi con i miei amici.

Eravamo in piazza ed io facevo girare il mio sguardo più annoiato da un punto all’altro senza particolare attenzione finchè mi accorgo che un gruppo di ragazzi all’incirca della mia età mi guardano in maniera insistente, a volte anche indicandomi e parlando furtivamente tra loro. Io sinceramente non capivo cosa volessero da me e cominciai anche a pensare o che mi avessero scambiato per qualcun altro con cui avevano qualcosa in sospeso oppure che avessi i pantaloni o comunque qualcosa nel mio vestiario che non andasse.

Improvvisamente il gruppo si diresse verso di me fermandosi a una decina di metri, si fermarono tutti tranne uno che mi venne incontro. Io cominciai a spaventarmi.  Quando però il ragazzo arrivò da me capìi subito che non aveva intenzioni bellicose, anzi, sembrava piuttosto intimidito, mi salutò e disse:

-Tu non sei il portiere della (omissis)?

Spalancai gli occhi per la sorpresa e gli risposi affermativamente. Lui, soddisfatto del mio monosillabico assenso,  si girò e tornò correndo dai suoi amici gridandogli:

-Ve l’avevo detto che era lui!!!

Al che i loro sguardi sospettosi si trasformarono in sguardi ammirati ed, ebbene si, emozionati.

Ogni volta che ci penso non posso che sorridere visto anche che io non mi sentivo per niente una star, anzi, ero piuttosto timido ai tempi, esageratamente timido, diciamola tutta.

 

#Mindflow – pt. 4 – I miei 5 minuti di celebrità (ep. 1 di 2)

Categoria: sport

Non vi ho mai raccontato dei miei trascorsi sportivi.

Ben prima di dedicarmi all’hobby del calcetto durante i weekend avevo giocato a calcio a livelli agonistici nelle giovanili della squadra del mio Paese, e anche con buoni risultati.

Nella categoria Giovanissimi (età compresa tra 12 e 14 anni) giocavo come portiere e arrivammo primi in campionato vincendo tutte le partite tranne che per un solo pareggio.  Eravamo una squadra caterpillar. Gli avversari ci accoglievano in trasferta  quasi con reverenza, ovunque andassimo trovavamo un pubblico numeroso ad attenderci, e a volte, purtroppo, lo stesso pubblico usciva un po’ dal comune senso del pudore nel tifare la propria squadra, tanto che per ben due volte fummo costretti ad uscire dal centro sportivo scortati dalle forze dell’ordine.

Nelle partite in casa la situazione non era diversa. Giocavamo sempre la domenica mattina, in un campo proprio al centro del paese e accanto ad una chiesa molto frequentata. La gente usciva da messa e veniva ad affollarsi lungo il perimetro del campo da gioco, a frotte. Ricordo ancora la festa dopo l’ultima partita, il giro di campo per salutare il pubblico, la festa in pizzeria quella stessa sera. Il mio compleanno.

Ma non era finita qui perché la vittoria del campionato ci dava il diritto di partecipare ai playoff per il titolo di campione provinciale. La semifinale la giocammo contro il Bagheria, vincemmo 3-1 in trasferta, con spogliatoi allagati e conseguente uscita dal centro sportivo scortati dai Carabinieri, di nuovo,  e 3-2 sempre per noi, al ritorno in casa. La finale invece si giocò in campo neutro, a Palermo, contro il Cinisi. Vincemmo 1-0 con un gol negli ultimi minuti. Eravamo diventati campioni provinciali! E non mancarono foto e articoli nei vari quotidiani regionali. Peccato che i social e gli altri mezzi di comunicazione di oggi erano ancora lontani dal venire.

Quell’anno partecipammo anche ad un torneo internazionale, a Rimini. Arrivammo terzi, battuti in semifinale dalla Lucchese, ma con la soddisfazione di aver vinto nel nostro girone eliminatorio con un netto 2-0 contro la squadra tedesca che poi si sarebbe aggiudicata il torneo.

Gli anni successivi non furono ricchi di soddisfazioni, per questioni di età metà della squadra dovette passare a categorie superiori, io giocai come terzino, cambiando quindi ruolo, nell’under 18, saltando per intero una categoria e praticamente non giocando mai. Poi, rientrando nella mia categoria di appartenenza (Allievi), passai ad una squadra di un  Paese vicino, giocando davvero bene come stopper.

Dopo una piccola parentesi nella prima squadra di quel Paese durata pochi mesi, sempre come stopper,  e dopo essere tornato a giocare a casa un anno  nella seconda squadra del mio Paese come secondo portiere, lo studio, la stanchezza e la voglia venuta meno furono tra i motivi che mi spinsero a lasciare, senza soffrirne tra l’altro, il calcio agonistico.

E’ stato meglio così.

 

sVENTURAti

Ho fatto passare qualche giorno sia per smaltire la delusione, non tanta devo dire perchè me lo aspettavo, sia perchè al momento sto evitando di stare troppo al pc, ho gli occhi davvero stanchi, e non solo,  quindi penso che per un pò il mio blog vivrà di rendita.

Ovviamente l’Italia è un popolo di allenatori ma in realtà a svolgere la professione sono ben pochi quindi io mi limito a porre semplici quesiti e considerazioni sulla vergognosa eliminazione dai mondiali di Russia 2018.

Inizio andandoci giù pesante, ma chi la faceva in realtà la formazione? O meglio, chi comandava all’interno dello spogliatoio? Ecco, io ho dei seri dubbi che Ventura abbia avuto il pieno controllo della situazione. O questo o a mio avviso è completamente schizofrenico, e sinceramente non me lo aspetto da un allenatore comunque bravo e sicuramente di grande esperienza, non internazionale però obietterete, e avete anche ragione.

Ma come puoi andarti a giocarti il passaggio diretto nel girone in Spagna in maniera sfrontata col 424 per poi giocarti la qualificazione a Milano, partita in cui devi rimontare, con tre centrali di difesa  fino al 95esimo  contro una squadra che non aveva neanche la minima intenzione di passare il centrocampo?

Come ti viene in mente di giocarti la carta della disperazione inserendo De Rossi?

Perchè invece che fare giocare la squadra col migliore modulo per sfruttare i migliori giocatori a disposizione (Insigne su tutti)  ovvero il 433 giochi col miglior modulo per  sfruttare tre bolliti difensori, tre senatori, che non hanno fatto altro che giocare la palla in orizzontale tra di loro?

Perchè non passare a due centrali e mettere anche un esterno alto in difesa in modo da non dare il compito di crossare continuamente a Chiellini che sappiamo tutti come non eccella in tecnica? Almeno negli ultimi dieci minuti….e perchè insistere con questi cross contro una difesa che non aspettava altro? Una difesa in cui il giocatore più basso è 1 metro e 90?

Perchè affidi tutto a Jorginho dopo che l’hai sempre schifato? Ma quale è stato il progetto in questi ultimi due anni? Stesso discorso per Gabbiadini.

Ventura….ma chi comandava davvero?

Che poi su dai… neanche un gol in due partite contro una squadra davvero modesta. Peggio! Un solo tiro in porta in due partite, quello di El Shaarawy. Ma dove volevamo andare?

Tutti ora a dare la colpa ai troppi stranieri, come se le altre nazioni non li avessero. In Italia, ma anche all’estero, giocano con costanza e ottimo rendimento gran bei giovani connazionali che meriterebbero un posto ma che sono chiusi dai soliti dinosauri intoccabili. Cosa c’entrano gli stranieri se nella partita decisiva il nostro miglior giocatore, punto di forza della capolista, l’unico che poteva creare davvero qualcosa dal nulla e risolvere la partita, marcisce in panchina per tutto il tempo vedendo entrare chi gioca scampoli di partita nella propria squadra di club?

Forse è stato meglio così, prendiamola come una possibilità, la migliore,  di rivoluzionare tutto: via sti senatori che davvero non se ne può più, via Tavecchio che si è distinto solo in figure di merda clamorose, e dentro un allenatore competente e con le palle, che dia spazio ai giovani e non sia succube di procuratori e poteri forti. Si farà? No, perchè il calcio è lo specchio del popolo e solo in Italia ci si può lamentare del VAR dopo tutto quello che è successo e continuava a succedere. Solo in Italia ci si può lamentare di come vanno le cose, parlare di rivoluzione e poi votare un bimbominchia di 21 anni figlio di un carcerato che ha prosciugato i fondi europei della formazione lasciando a mani vuote migliaia e migliaia di giovani onesti e disperati “lavoratori”. Solo in Italia si danno le case a chi occupa quelle non sue e poi si sfratta una nonnina vittima del terremoto.

Io per i mondiali so già  per chi tifare, Polonia ovviamente, questione anche di civiltà. Ma anche la Croazia non è mica male…

Undici metri

Questo piccolo racconto trae ispirazione dalla canzone di De Gregori “La Leva calcistica del 68”

Undici metri. Solo undici.

E’ la distanza tra quel pallone e la rete. E’ la distanza per la gloria.

Silenzio. Non si sentono neanche i sospiri, tutti sospesi nella trepidante attesa. C’è che si nasconde il volto tra le mani, chi stringe i pugni, chi trema, nervoso, chi non ce la fa e si è già girato dall’altra parte, l’esito lo intuirà dalle espressioni degli amici e dei tifosi. Solo undici metri, ma sembrano chilometri. Le gambe pesano, il portiere sembra un gigante, la porta minuscola. Affiora la paura, la responsabilità pesa come un macigno.

L’arbitro non ha ancora fischiato, sono solo attimi ma sembrano giorni. Ha il tempo di ricordare i suoi primi calci alle lattine sulla strada davanti casa, le scarpe rappezzate. E poi la scuola calcio, la polvere, le prime partite, il trasferimento in Europa lontano dalla famiglia inseguendo il successo ed il benessere economico, il riscatto per sé ed i suoi cari. Sacrifici. E poi il debutto, l’esplosione, con l’aiuto di Dio, i dribbling, i gol, i titoli sui giornali, le apparizioni in tv… tutto per quel momento lì, la sua vita racchiusa in un attimo.

L’arbitro fischia, il portiere accenna dei piccoli movimenti di disturbo.
Lui guarda il pallone, i muscoli sono caldi e reattivi, non ha più paura adesso.

 

Fatta la VAR trovato l’inganno

E’ ricominciato il campionato e sono bastati pochi minuti per avere la prova evidente di come stavano le cose. Dopo più di 30 partite casalinghe finalmente è stato fischiato un rigore contro, ovviamente solo grazie alla VAR perchè l’arbitro come di consueto aveva lasciato proseguire.

Questo dovrebbe rallegrarci, ed in effetti felici lo siamo, almeno da oggi ci sarà una maggiore regolarità nelle partite, però siamo ancora lontani dalla trasparenza totale e ce ne siamo accorti poco dopo quando il secondo gol è arrivato dopo un evidente stop di braccio. Ma più che la disattenzione arbitrale, lì dove la VAR non è ammessa, a far pensare male è la mancanza di un chiaro replay in diretta da parte delle pay tv, quasi a voler nascondere il fattaccio, quando poi questa tecnica televisiva viene usata, abusandone, anche per verificare la correttezza di un fallo laterale.

La cosa  più grave è però il fatto che  il miglior opinionista italiano è stato allontanato dalle trasmissioni domenicali solo perchè abituato a dire la verità, solo perchè moralmente retto da dire le cose come stanno, come le vedono tutti, e non come ce le vorrebbero far passare. E questo solo pochi mesi dopo la confidenza strappata con l’inganno ad un illustre telecronista che spiegava i beceri contatti tra le testate giornalistiche ed una determinata squadra. Opinionista affermato è ormai chi afferma che il miglior calciatore del mondo, varie volte pallone d’oro, in quella squadra riscalderebbe solo la panchina.

Buon campionato a tutti.

 

Barzelletta… e riflessioni calcistiche sulla libertà di stampa. Scusatemi ci sono cascato.

Un signore entra in un negozio di articoli sportivi.

“Vorrei una maglietta della Juve.”  chiede al commesso.

“La vuole da giocatore o da arbitro?”

 

Avevo promesso a me stesso di non pubblicare post calcistici, ma dopo lo schifo di questi ultimi due giorni non ho potuto trattenermi, quindi ho optato per questa sarcastica quanto elegante battuta.

Una volta che ci sono, ormai il danno è fatto, vorrei scrivere anche qualche cosa in più, tanto sono sicuro che ormai i non interessati abbiano già chiuso il post per passare a cose più interessanti ed emozionanti.

Di tutta questa storia ritengo che la cosa più brutta non siano i rigori non dati, a quelli siamo ormai abituati e comunque un errore ci può anche stare, o le decisioni prese da un arbitro che negli ultimi tempi ha subito passivamente testate e gravi offese personali senza batter ciglio per poi  diventare inflessibile ed autoritario davanti ad un semplice “sei scarso”, ma appurare quanto i media siano così corrotti e  asserviti a questo andamento di cose  da sembrare ridicoli nel cercare di mistificare una realtà talmente chiara, come se una persona di media intelligenza non potesse da solo comprendere la realtà dei fatti o non avesse la capacità di trarre lucide considerazioni da immagini oggettive, o non potesse intuire tutto il marcio che ci sta sotto tra sponsorizzazioni e altro (a buon intenditor…), in fondo sono cose già successe e in Italia certi vizi sono duri a morire.

Dedico questo post all’ex arbitro Graziano Cesari. Si quello che “non vide” il gol di Bierhoff in Udinese-Juve del famoso campionato 97/98 quando la palla varcò la linea per una distanza lunga quanto le dimensioni di Rocco Siffredi, per dirla alla Elio, e che ora commenta la moviola su Mediaset Premium. Beh, il nostro eroe, nel commentare le azioni incriminate, prima di farsi prendere palesemente per scemo da Riccardo Ferri e Alessio Tacchinardi (ex bandiera gobba tra l’altro) e riuscire a far incazzare una persona pacata come Pioli, ha esordito così: “minuti finali, l’arbitro FURBESCAMENTE fischia in area della Juventus un cosiddetto fallo di confusione”. Quel  FURBESCAMENTE scappatogli dalla bocca mi fa davvero accapponare la pelle.

Io, ex ragazzo della Via Pal

Forse non vi ho mai detto che anni fa ho fatto parte della redazione di un giornalino, un inserto di 6 pagine a carattere giovanile all’interno del giornale dell’oratorio che aveva una buona distribuzione in Paese quando esso era ancora pieno di ragazzi che in estate sembrava di essere quasi a Ibiza e d’inverno ci si divertiva comunque, a volte anche di più, non quella landa desolata che è diventata oggi. Non c’erano ancora gli smartphone, forse eravamo agli albori di Live Space di MSN e si usava ancora la vecchia mitica chat di C6 (la ricordate?), e noi ragazzi avevamo troppo da fare in giro, per le strade, per le associazioni, con le turiste (per me avventure tipo Le vacanze dell’83  dei Baustelle). E’ stata un’esperienza molto costruttiva quella del giornale che ho portato avanti per un annetto, poi  ho mollato, sapete, divergenze d’opinioni. Avevo portato tante novità a quel progetto, l’avevo fatto crescere, e non mi andava vederlo morire per colpa di scelte “editoriali” a mio avviso ridicole e di basso livello, suggerite da nuovi collaboratori e avallati dai due fondatori. E infatti poi morì.

Tra gli articoli pubblicati con il mio nome ricordo con affetto questo, sia perché l’argomento trattato mi coinvolge sentimentalmente sia perché rileggendolo dopo tanti anni non mi viene voglia di chiudere le pagine per la vergogna.

Lo ripropongo oggi, qui in calce, perché dopo ben 11 anni il problema sembra essersi ripresentato. Questa volta però la storia è diversa. Non c’è nessuna mobilitazione generale, giusto due ragazzi che da giorni raccolgono firme tra i passanti per portare avanti una petizione contro la chiusura del posto. Io questa volta non scendo in campo. Certo, vedere il mio vecchio oratorio, luogo dove ho passato tutta la mia infanzia e adolescenza, trasformarsi in qualcosa di altro, sentimentalmente mi intristisce, così come vedere scomparire quel campo da calcio in cui ho lasciato tante fatiche ma che mi ha regalato anche grandi gioie. Sinceramente però credo che per il bene della comunità bisogna guardare avanti. Mi sono documentato sul nuovo progetto e devo dire che mi ha entusiasmato per come andrebbe a riqualificare l’intera area rendendola più moderna e più fruibile a tutti i livelli se venisse realizzato. Questo con buona pace di quei due ragazzi che ancora si battono, gli unici due a cui ancora giova il grande complesso ormai tristemente vuoto  e non più utilizzato, comodo ormai solo per guadagnare qualche soldo trasformando d’estate il campo da gioco in un parcheggio o offrendo delle lezioni di atletica ai bambini. Una battaglia puramente egoistica la loro, tralasciando il fatto che si tratta pur sempre di un immobile privato e quindi non saprei nemmeno che valore dare a questa iniziativa.

E così, rileggendo il mio articolo potrei dire che anche in quell’occasione   i ragazzi della Via Pal hanno vinto la battaglia e poi perso la guerra. E’ stato bello comunque combattere per la propria memoria, quando questo aveva un senso. Oggi no, oggi la sconfitta potrebbe avere un sapore dolce, per una volta. Forse.

“I giovani sono sacri, lo spazio a loro dedicato è sacro: non si tocca impunemente nè l’uno nè l’altro”.  Questo era il messaggio stampato su tutte le magliettine dei partecipanti ad un torneo di calcio svoltosi il 27 novembre  (2005 ndr) sul campo dell’Oratorio Murialdo. Circa 50 persone, di ogni età, si sono divise in quattro squadre, secondo il colore delle maglie (rosa, blu, gialle e rosse), per testimoniare il loro sostegno a favore di chi si batte affinché quel campo che ha visto crescere, divertirsi e vivere, per circa 50 anni migliaia di ragazzi OMISSIS e non, non diventi un banale parcheggio. E’ stato un pomeriggio di festa che solo il maltempo ha potuto fermare, anche se c’è chi ha pensato che in realtà il temporale che si è abbattuto quella sera non sia stato un male, bensì un’occasione per continuare a manifestare il proprio appoggio per la successiva domenica (giorno in cui si è giocata la finale del torneo). Fino a quel momento comunque tutto si è svolto al meglio. La partecipazione è stata numerosa non solo per quanto riguarda i giocatori ma anche e soprattutto per le tantissime persone che sfidando il freddo non hanno voluto fare mancare la propria presenza ai bordi del campo. Non sembrava affatto lo scenario di una semplice partita tra amici ma quello di una partita ufficiale, come quelle che lo stesso campo ha ospitato fino a qualche anno fa e a cui io ho avuto la fortuna di poter partecipare. Ricordo, infatti, anni di fatiche durante gli allenamenti, anni di partite la domenica mattina condite dal tifo di tanta gente che uscita da messa o passata di lì per caso (anche se per molti era un appuntamento fisso), si fermava incuriosita occupando in maniera compatta tutto lo spazio disponibile intorno alla rete di recinzione. Ricordo anni di gioie e divertimenti ma anche di delusioni e amarezze che mi e ci hanno fatto crescere. Quello, è il posto dove tutti più o meno siamo cresciuti, è ormai parte integrante del luogo e alzi la mano chi pensa di potere immaginare OMISSIS senza. E’ per questo motivo che speriamo che almeno per una volta, questa volta, l’impegno di noi, “ragazzi della via Pal” non sia vano. Noi auspichiamo un finale diverso da quello del famoso romanzo di Molnar: noi desideriamo un finale in cui altri ragazzi di altre generazioni future possano crescere così come noi su quello stesso rettangolo di terra battuta che è il nostro campo, il campo dell’Oratorio Murialdo.

Per una volta fieri del tricolore

Capisci di essere solo quando, durante un Europeo di Calcio, su quattro partite dell’Italia ben … QUATTRO!, cioè tutte, le guardi a casa, da solo, in un paio di occasioni con la compagnia di tuo padre.

Niente bandiere, niente magliette, niente birra, niente amici, niente urla, niente abbracci. E dire che fino a qualche tempo fa per queste partite ci riunivamo in un paio di decine di persone, quindi un paio di decine di allenatori e superstiziosi iettatori.

Altri tempi!

Anche in Paese, niente di organizzato, giusto un paio di locali hanno trasmesso la partita in TV, e dalle loro foto di Facebook non mi è parso di scorgere quella presenza e quell’entusiasmo che dovrebbero essere naturali in occasioni come queste, forse le uniche ormai dove ci sentiamo tutti accomunati da uno stesso sentimento, dove ci sentiamo davvero uniti e fieri, dove mettiamo da parte per qualche ora tutti  i problemi, le insoddisfazioni e le umiliazioni che quella stessa bandiera che sventoliamo  ci infligge con grande noncuranza nei restanti 350 giorni dell’anno.

Sono gli unici momenti in cui ci sentiamo di gridare FORZA ITALIA, con il cuore.

Speriamo quindi di andare avanti, tra mille difficoltà e contro ogni pronostico, anche perchè è in queste occasioni che diamo il meglio, ed è in queste condizioni che vincere è più bello.

“We can be Heroes just for one day”

 

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