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una vita non basta

Just hang on and suffer well

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Millwaukee

Sull’amicizia

Ieri sera ho per la prima volta provato l’esperienza di andare al cinema qui in Polonia. Spinti da Alessia ci siamo accodati in due, io ed il sempre presente Domenico, l’uomo che non conosce la parola “no”. Il film, scelto da Alessia, era The Place, l’ultimo di Genovese, ovviamente proiettato in italiano (sennò che ci andavo a fare?) con i sottotitoli in polacco. Film bello ma pesantuccio tanto che Alessia si è pure addormentata per un pò. A me comunque è piaciuto, penso che sia un film che offre notevoli spunti di riflessione secondo la sensibilità dello spettatore,  certo, non convince pienamente visto la staticità dell’azione che per l’intera durata del film è incentrata in un tavolo di un bar.

La serata è continuata in una famosa birreria del centro, dove, riparandoci da un freddo veramente intenso, dopo aver impiegato venti minuti per trovare un posto a sedere e scegliere una birra tra le tantissime, abbiamo passato un paio d’ore a parlare e a scherzare fino a che, un pò alticci, abbiamo deciso di ritornare a casa …. ma che ci avranno messo dentro quella birra? mah….una bellissima serata comunque.

Oggi invece sono stato protagonista di una vera e propria carrambata, ho rivisto infatti dopo quasi 10 anni il mitico Giuseppe, tecnico di Bari conosciuto in quel di Milwaukee. A lui ho sempre associato un’esperienza bellissima a tantissime risate. Aveva saputo che ero a Varsavia e mi ha chiamato per vederci essendo anche lui qui in vacanza con la compagna polacca ed il figlio di lei. Abbiamo passato mezza giornata insieme e sono stato davvero felice di questo. Ci siamo abbracciati come se fossimo stati grandi amici da una vita, abbiamo parlato, ricordato, riso, ha insistito per offrirmi colazione e pranzo, abbiamo passeggiato, ci siamo salutati e ci siamo riabbracciati promettendoci di risentirci presto.

A volte penso a come io abbia questa capacità di tenere strette a me le persone anche solo conoscendole per poco, come abbia la capacità di tenere i contatti o comunque di essere cercato e benvoluto da tutti, o quasi. Non so cosa sia, sarà una questione di sensibilità, di disponibilità, di correttezza nei rapporti umani, qualsiasi cosa sia ne sono davvero fiero.

Anche qui a Varsavia le cose stanno veramente migliorando, sono felice di aver fatto questa scelta, adesso ho tanti amici a cui mi sono legato davvero tanto, un sacco di cose da fare, di esperienze da condividere. Peccato non averlo fatto prima, è questo il mio più grande cruccio. Sono sicuro che qualsiasi cosa succederà domani non perderò neanche loro per strada.

 

 

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#Americanate pt VII: Una dieta da 12 Kg

Tra il mio primo e secondo viaggio negli USA per i corsi di specializzazione non sono tornato a casa ma sono rimasto a Milano. In quel periodo ero ancora legato tramite la mia borsa di studio ad un grande ospedale del capoluogo lombardo e  lo stacco tra un viaggio e l’altro era solo di due settimane.

E’ così che i miei mi vennero a prendere all’aeroporto di Palermo dopo non avermi visto per un mese e mezzo di cui 4 settimane passate in territorio Americano. La prima cosa che mia madre mi disse, prima ancora di salutarmi, fu:

–          ma cosa hai fatto?

E cosa avevo fatto mai? “Nulla” risposi.

L’amara verità la scoprii una volta arrivato a casa dopo aver consultato la bilancia. In quel lasso di tempo avevo messo su ben 12 kg! DODICI!

“Come?”  Vi domanderete.

Non ero certo partito con quelle intenzioni io, mi sono lasciato sopraffare dopo una dura resistenza. Ci ho provato a non cadere in tentazione, a volte ho storto pure il naso davanti a certe offerte, ma è bastato cedere un attimo, per soddisfare una curiosità o un’offerta di qualcuno,  per rovinare tutto e precipitare in un tunnel senza fine di pericolose abitudini.

La mensa! Oddio, se ci penso! Un enorme salone ricco di portate in cui potevi servirti fino a scoppiare. Si iniziava a colazione quando mi avvicinavo al cuoco con la seguente richiesta:

–          a omelette with all, please

e davanti ai miei occhi, con un sorriso complice, lui mi preparava  quell’enorme bontà di uova, ceddar, prosciutto, cipolle, peperoni, piselli, funghi e tanto altro ben di Dio. E poi ovviamente le fettine di pancetta fritta, coni gelato e mezzo (proprio mezzo!) melone bianco. Tutte le mattine lo stesso menù.

Tra la colazione ed il pranzo c’erano le pause dalle lezioni, di solito una ogni ora, dove ci si recava tutti in un’aula con la tv e dei ripiani traboccanti di caramelline gommose, frutta secca,  gelati e bibite.

Del pranzo e  della cena non ve ne parlo neanche, non saprei da dove cominciare. Vi dico solo che una volta, seduto al tavolo con dei francesi con i quali ero in gruppo per le lezioni pratiche in laboratorio, ho dovuto passare il tempo a convincerli che stessi bene. Erano preoccupati, avevo mangiato “solo” cinque fette di carne.

Ed i pasti fuori dal building. Non dimenticherò mai la Jambalaya, un piatto della Louisiana, una specie di risotto con pollo, salsiccia e gamberi. L’ho mangiata sia al Rock Bottom, locale del centro di Millwaukee situato proprio davanti la statua di Fonzie, che al Cheesecake Factory, sempre semplicemente goduriosa.  Così come non dimenticherò mai le fantastiche cene messicane dentro la carrozza della Estacion.

Di tutto questo ho ancora i segni, le mie due maniglie dell’amore, i più grossi souvenir che ho portato con me dagli States.

#Americanate pt III: A nightmare check-in

Avevo un collega, quasi un fratello, conosciuto da tutti per  la sua gran fortuna e per la sua arte del risparmio, tanto che negli ultimi anni lo chiamavamo, ma in realtà si era proclamato lui stesso per primo, il Re di New York, in omaggio ad una scena del film Senti Chi Parla dove il protagonista va fiero di riuscire a vivere di stenti ed espedienti senza dover spendere un soldo. Potrei stare ore a scrivere delle sue gesta, come quando si iscrisse in un sito per avere la possibilità di partecipare all’estrazione di un paio di biglietti per un incontro del sei nazioni di rugby (in quel periodo aveva la fissa per questo sport) e invece vinse quelli per il SuperBowl. Oppure quella volta che durante l’intervallo di una partita di NBA tra i Millwaukee Bucks ed i Dallas Maverick, nonostante si trovasse (ci trovassimo) in un settore tra i più lontani dal campo, riuscì a prendere ben due, e dico DUE,  magliettine lanciate ai tifosi da un cannone posto a metà campo. Vi lascio poi solo immaginare la quantità di soldi trovati a terra e i risparmi portati a termine nelle maniere più assurde e anche divertenti, così come è ormai leggenda la sua mail alla Mondadori al fine di ottenere uno sconto extra (ne inviò una simile anche alla Settimana Enigmistica) per i suoi acquisti on-line.

Eppure ci sono delle volte in cui la sfiga decide di prendere di mira questi personaggi, per un giorno soltanto ma in maniera epocale.

E’ l’ultimo giorno a Millwaukee per entrambi. Abbiamo l’aereo per Roma nel primo pomeriggio in partenza da Chicago ma noi ci diamo appuntamento la mattina presto per fare una capatina in un enorme centro commerciale che c’è per strada. All’orario stabilito non si fa vivo, è scontato, è un ritardatario cronico. Entro nella sua stanza e non solo mi accorgo che non è pronto, deve ancora fare le valigie! E non sarà facile visto che ha tutto sparso per la stanza, comprese diverse paia di mutande sopra la tv!

La vicenda si svolge più o meno così.

Arriviamo in aeroporto in forte ritardo per via della sua indecisione nello scegliere il locale dove pranzare al centro commerciale (alla fine non abbiamo neanche mangiato), al volo riconsegniamo la macchina a noleggio e ci dirigiamo di gran corsa al check-in. Inizio io. Una volta finito mi faccio da parte per fargli posto.

Lui sfoggia la sua classica tenuta da partenze ovvero indossa più vestiti e giubbotti uno sopra l’altro stile omino Michelin nonostante la giornata afosa per raggirare le limitazioni del peso dei bagagli,  e porta con sé tre valigie e una miriade di sacchetti di plastica colmi delle cose più disparate.

-Biglietto prego

-Si un attimo

Comincia a ravanarsi dentro le tasche finché lo esce (il biglietto ovviamente, maliziosi). L’addetta lo controlla e poi con una faccia incredula dice:

-Ma questo è un biglietto dell’anno scorso!

Lui non fa una grinza,  sorride, come se fosse normale o fosse stato uno scherzo (in realtà so benissimo che non lo è), ricomincia a ravanarsi e dall’altra tasca, con aria soddisfatta, esce un nuovo biglietto.

L’addetta lo controlla. Passano pochi secondi,  la vedo strabuzzare gli occhi, ricontrollare più attentamente e poi esclamare:

-Ma questo biglietto è per il volo di domani!

E’ in quel momento che vedo nel  volto di Aldo un’espressione di stupore misto a imbarazzo che non gli ho mai visto e mai rivedrò. Lo prende, lo controlla….cazzo!! L’agenzia gli ha sbagliato la data del ritorno e lui non se n’è neanche accorto!

PANICO!

Arrabbiato chiede se è possibile rimediare o acquistare un nuovo biglietto, ma questo costa diverse centinaia di dollari e gli fanno anche un bel po’ di ostruzionismo. A quel punto si rassegna. Comincia a riflettere su come avrebbe passato l’intera giornata lì da solo, se fosse stato meglio rimanere in aeroporto o affittare una macchina e girare Chicago, mi chiede con quel suo faccione triste di avvisare la sua ragazza e raccontargli l’accaduto una volta in Italia.

Mi saluta mesto, mi fa quasi pena anche se mi verrebbe voglia di sghignazzare come un pazzo per quello a cui ho appena assistito. Sto ormai per salutarlo quando lui con tutta la sua mole, che può davvero far paura, torna prepotentemente al check-in e risoluto pretende di acquistare un nuovo biglietto. “Loro hanno sbagliato e loro mi rimborseranno!”. Vince la diatriba con i dipendenti che finalmente si convincono a staccargli il ticket ed è in quel momento che un po’ di quella sua proverbiale fortuna lo salva, sul conto ha giusto i soldi per il biglietto, gli rimarranno solo una decina di euro dopo la transazione.

Ci avviamo al gate che stanno già imbarcando ma per lui non finiranno le disavventure in quel viaggio di ritorno.

Questo è uno dei momenti più divertenti che conservo del passato della mia azienda, di quando lavoravamo sodo ed eravamo felici. E dire che di episodi esilaranti ce ne sono stati così tanti che non mi basterebbe un giorno a scriverli. A volte alcuni di essi fanno capolino tra i miei pensieri e allora non posso far altro che ridere a crepapelle prima di ricordare che quel gruppo, quel clima, quel bel periodo è ormai acqua passata. Così divento triste pensando a ciò che era e ciò che è adesso.

I posti che…TAG!

I luoghi che TAG

Ecco un bel TAG per tutti i viaggiatori di WordPress,  un TAG che si pone l’ambizione di far condividere emozioni e luoghi e, perché no, magari ispirare  nuove idee  per le prossime vacanze.

Le regole sono:

  • Riportare la foto del TAG (è una mia foto del Monte Bianco visto dall’aereo)
  • Citare l’ideatore del TAG Neogrigio
  • Ringraziare il blogger che vi ha nominato
  • Rispondere alle domande
  • Nominare 10 blog amici, soprattutto chi ama viaggiare, e avvisarli sulla loro bacheca, o comunque sincerarsi che abbiano ricevuto la nomination
  • Aggiungere tra i TAG “ I posti che TAG”
  • Inoltrare le vostre risposte al creatore del TAG (sempre Neogrigio) , nominandolo come undicesimo o inoltrandoglielo per altra via.

Ecco le dieci domande a cui rispondere.

E’ importante specificare che per posto non si intende esclusivamente una città, è infatti possibile anche menzionare un monumento, una piazza, una vista, qualsiasi cosa che abbia suscitato un’emozione, e se si è indecisi anche più soggetti per risposta.

Buon TAG a tutti.

 

Il posto …

 

1 … che porti nel cuore

Il castello di Neuschwanstein, in Germania….meraviglioso! Davvero un sogno, un luogo da favola, dalla natura che lo circonda alla sbalorditiva bellezza architettonica del castello, dagli splendidi panorami all’organizzazione…tedesca.  Un must see!

2 … più divertente

L’Europa Park, il grandissimo parco divertimenti  di Rust, in Germania. Ho passato lì una giornata fantastica girando tra i padiglioni delle varie nazioni europee  e soprattutto tra le loro strabilianti e adrenaliniche giostre.

3  … più commovente

Avendo girato un bel po’ ed essendo un amante della storia diversi sono stati i luoghi che mi hanno commosso e fatto riflettere, penso ad esempio ad Auschwitz o alle scarpe sul Danubio a Budapest. Se però tra questi dovessi sceglierne uno direi la casa di Anna Frank. Passeggiare per quelle stanze lasciate intatte dall’arrivo dei nazisti (e quindi sprovvisti di mobili), le stesse stanze protagoniste del famoso diario, vedere con i propri occhi i poster ancora appesi nella stanzetta di Anna, il lavabo, le linee disegnate sul muro dove il padre segnava la crescita in altezza delle figlie, il gioco di società regalato a Peter per il suo compleanno, la libreria che fungeva da porta per l’alloggio segreto,  il diario, anzi, i diari di Anna, rivivere nella propria immaginazione tutto quello che avvenne all’interno di quelle mura, le paure, le speranze, le preghiere, i pensieri. E poi le foto, le spiegazioni, le testimonianze, gli oggetti, le storie, addirittura l’Oscar di attrice non protagonista  vinto da Shelley Winters nel 1959  per il film tratto dal libro, insomma, una continua grande emozione da vivere in silenzio e magari con un fazzoletto in mano.

4 … più deludente

La National Gallery di Londra. Per i miei gusti il più deludente museo tra quelli visti fino ad ora, e ne ho visti di parecchi in giro per il mondo. Non ho avuto neanche la pazienza di completare la visita preferendo attendere gli altri fuori in compagnia dei leoni di Trafalgar Square.

5 … più sorprendente

Budapest  è stata una scoperta continua. In fase di organizzazione e prenotazione sapevo che si trattava di una bella città ma non mi sarei mai aspettato tanto splendore, davvero. Chapeau!

6 … più gustoso

Malgrado la cucina italiana sia inarrivabile è possibile mangiare bene anche fuori dai nostri confini. Devo dire che ho mangiato ottimamente a Monaco di Baviera, dove mi sono abbuffato più volte di stinco di maiale e patate gratinate nel mitico Hofbrauhaus, e a Strasburgo tra choucroute e le divine tarte flambé di cui mi sono nutrito giornalmente senza ritegno. Conservo nel cuore anche  la jambalaya  e un fenomenale piatto messicano di cui non ricordo mai il nome, entrambi  fonti principali di sostentamento nei miei trascorsi a Millwaukee. E degli stroopwaffel olandesi ne vogliamo parlare??

7 … che ti hanno lasciato un ricordo particolare

Difficile citarne uno: il record del mondo di Usain Bolt all’Olympiastadion di Berlino; la partita di NBA, l’invito a cena al buio, le due ore di Guitar Hero al Best Buy  e la foto di gruppo con le cameriere di Hooters a Millwauke;  la medaglia delle olimpiadi di Berlino del ’36 e tutte le altre memorabilia  scovate al mercatino delle pulci di Budapest;  la discesa a piedi dal castello di Haut Koenigsbourg a Selestat, in Alsazia; la maratonina sotto la porta di Brandeburgo a Berlino; l’attestato di spillatore di birra all’Heineken Experience di Amsterdam; la Tate Modern Art di Londra; la Residenz  e l’Olympiapark di Monaco di Baviera; il museo egizio di Il Cairo; lo snorkeling nella barriera corallina del Mar Rosso; e chissà quante altre cose che al momento dimentico.

8 … più romantico

Penso che la Tour Eiffel vista dal Trocadero abbia ben pochi rivali, soprattutto la sera.

9 … che vorresti rivedere

Di solito fuggo dai posti già visti quando si tratta di organizzare un nuovo viaggio, ma se dovessi scegliere un posto dove tornare direi Berlino, e rigorosamente non in estate. Mi piacerebbe  rivedere questa splendida città che mi attrae tantissimo in una veste diversa,  più decadente, più affascinante, più congeniale a mio avviso, e poi riviverne l’atmosfera, godermela meglio, studiarla più dettagliatamente e visitare luoghi, monumenti e musei non visti la prima volta.

10 … dove ti piacerebbe andare

Una volta vista finalmente Amsterdam pochi sono rimasti i luoghi in Europa che mi affascinano davvero, Bruxelles forse, un po’ Lisbona e Vienna,  sicuramente un bel tour tra le varie città del nord come Stoccolma, San Pietroburgo, Copenaghen, Tallin, magari una crociera che le comprenda tutte. Non sono mai stato in Spagna ma non mi entusiasma tanto, forse giusto qualche giorno a Siviglia. Avendone la possibilità  farei invece un bel giro in Florida tra i suoi parchi a tema  (Kennedy Space Center incluso), scoprirei la natura meravigliosa e selvaggia dell’Islanda e poi chissà, si accettano suggerimenti.

 

Spero che questo TAG vi sia piaciuto e vi abbia coinvolto, sarei felice se grazie ad esso io fossi riuscito a strapparvi un sorriso, magari mentre fate mente locale tra i vostri ricordi, magari riportando alla luce ricordi che sembravano morti e sepolti.

Ditemelo se ci sono riuscito, perché mi piacerebbe realizzarne tanti de  I posti che…TAG, tutti diversi, magari anche più specifici e particolari, magari richiesti da voi.

Nomino:

Iris&Periplo

Carolinsigna

I viaggi di Irene

Architect’s Diary

Almeno tu

Viaggiare e sognare

La Pulciona vagabonda

Pensieri sparsi di una psicopatica

Niente panico

Pensieri loquaci

 

 

#Americanate pt II: A touch of Sicily

E’ il mio primo giorno negli USA, è domenica e la sveglia suona tardi, devo ancora smaltire il fuso orario. Esco alla ricerca di un posto dove mangiare con la mia fantastica Buick Enclave, la strada principale di Waukesha è costeggiata per intero da negozi, centri commerciali e ristoranti e la mia scelta ricade, così, senza un motivo particolare, su una pizzeria (che poi proprio  pizzeria non è), Pizza Chicago.

Entro. Il locale non è molto frequentato ma penso sia per una questione d’orario, mi siedo e ordino tenendo accanto a me il piccolo dizionario italiano-inglese che sarà protagonista indiscusso di una serata da Fuddruckers qualche tempo dopo. Un cameriere dai lineamenti ispanici  attratto dal dizionario si avvicina e mi chiede se sono italiano e di dove per l’esattezza. Alla mia risposta sgrana gli occhi e mi dice entusiasta:

– My wife Francesca is from Porticello.

Non faccio in tempo a compiacermene che lui subito telefona alla moglie e mi ci fa parlare. Francesca mi da subito del tu, mi fa un po’ di domande personali, cosa faccio lì, dove alloggio e cose così, come se fossimo cari vecchi amici che non si vedono da tempo, tutto questo in un siciliano stretto ma allo stesso tempo accompagnato da quella tipica intonazione americana che non scoppio a ridere solo perché sono ancora frastornato per quella  situazione così surreale. Dalla telefonata guadagno un invito a cena al ristorante dello zio di Francesca a Milwaukee. Pedro, il cameriere, mi scrive su un foglio l’indirizzo, insiste nell’offrirmi il pranzo nonostante le mie insistenze  e mi da  appuntamento per la sera.

E ora? Che faccio? Vado o non vado? E’ il mio primo giorno negli USA e già accetto un invito a cena da sconosciuti? Ci sarà davvero un ristorante? O sarà invece uno scantinato usato per il commercio illegale di organi ed io sono il prossimo inconsapevole donatore? Ma che vadano tutti al diavolo, non vado e chissenefrega!!! E invece si, vado! Sono negli USA da solo e qualche rischio devo pur prenderlo se voglio godermela!

E’ pomeriggio inoltrato, monto sulla mia Buick, inserisco il cd di Silvestri, imposto il navigatore e via. Dopo una mezz’oretta tra autostrada e piccole vie residenziali arrivo sul posto, è il ristorante indicatomi,  Carini’s. A touch of Sicily  è il suo nome. Davanti l’ingresso una bellissima Corvette nera. Entro nel locale titubante, è ancora presto, un uomo sui 55 anni, alto, dal viso buono e con il bianco grembiule da cuoco mi accoglie e si presenta, è Pietro, il proprietario,  e quando gli spiego chi sono e cosa ci faccio lì, un po’ in anticipo per cenare in effetti, mi accoglie come un figlio, mi mostra il locale ricco di quadri con  foto di Palermo, mi invita a sedermi al bancone del bar all’ingresso e comincia a raccontarmi la sua vita, dalla sua infanzia a Porticello quando lavorava come pescatore con il padre all’apertura del ristorante a Millwaukee, dai suoi hobby americani agli aneddoti dei suoi periodici ritorni in Sicilia,  e mentre mi parla di tutto questo si preoccupa che il mio bicchiere di pepsi sia sempre pieno fino all’orlo.

Si avvicina ora di cena e comincia ad arrivare gente, clienti ma soprattutto gli invitati al party familiare di cui a mia insaputa farò parte. Arrivano Pedro e Francesca con i loro quattro deliziosi figli, arrivano altri parenti e prendiamo tutti posto in una lunga tavolata in cui ognuno ordina ciò che vuole (io spaghetti alle vongole, per l’antipasto ed il secondo faccio fare a loro). La serata  si anima subito allegramente. Ovviamente almeno inizialmente sono io il centro dell’attenzione, tutti mi parlano, mi fanno domande, cercano di mettermi a mio agio, mi sorridono, e la nonnina che mi è seduta davanti  mi scruta, mi osserva continuamente, e nonostante io sia già saturo di cibo  non fa che ripetermi perentoria:

-Mancia! Ti rissi mancia! (Traduzione per i non siciliani: “Mangia ti ho detto”)

E’ proprio un momento conviviale d’altri tempi ed io mi sento il protagonista di un film, uno dei tanti con degli italoamericani protagonisti.

La serata finisce con le classiche foto ricordo e promesse di rivederci, Pietro intanto mi riempie di caramelle e biglietti da visita da dividere ai miei colleghi (su mia idea e iniziativa).

Non ci saremmo più rivisti ma ci saremmo sentiti per un bel po’ via mail.

Sono anni che ormai non ci scriviamo, ma questo però non vuol dire che mi sia dimenticato della mia famiglia americana, l’affetto rimane, la gratitudine aumenta.

21-09-2008 Ristorante siciliano

 

Millwaukee in 6 scatti

Io adoro Milwaukee. E di conseguenza adoro il Wisconsin.  E’ una città in cui si respira aria di libertà, dove i grattacieli e i grandi palazzi non mancano di certo ma non opprimono i passanti,  dove tutto è una cartolina, tutto è pulito e ordinato, dove è facile trovare un parco, una zona verde o un luogo adatto in cui rilassarsi e respirare, dove c’è sempre qualcosa da fare, dove le persone sono sorridenti e la vita scorre così tranquilla e “americana” che sembra quasi di vivere in un telefilm.  A Milwaukee ho visto ragazze in jeans e camicioni giocare a biliardo, gente passeggiare rilassata sulle rive del lago Michigan, studentesse in tuta e occhiali studiare di sera all’interno di un bar davanti ad una tazza di cioccolata, ho visto sorrisi e gentilezza,  ragazzini festeggiare il loro compleanno con la famiglia da Hooters, ho visto ragazze passeggiare nei centri commerciali in bigodini e tappine.  A Milwaukee ci sono grattacieli, palazzoni ma anche tante casette da telefilm, ville più o meno grandi, più o meno belle, affacciati sulla stradina  con il barbecue e la rimessa per le auto, quartieri più o meno esclusivi ma anche bassifondi di una dignità incredibile e una porta di casa con su scritto a caratteri importanti HOPE, speranza, con sullo sfondo l’immagine di Obama.

Il
Il cosidetto “matitone” del centro

Come la gran parte delle città americane anche Milwaukee non eccelle ovviamente in monumenti storici, la bellezza sta tutta nell’atmosfera, nella sensazione di ottima vivibilità. Il punto di interesse più importante per i turisti in centro è sicuramente la statua in bronzo di Fonzie, il protagonista del famoso telefilm Happy Days  ambientato proprio a Milwaukee, posizionato in un luogo strategico con alle spalle lo skyline del centro.

Statua di Fonzie
Statua di Fonzie

La più importante attrazione però si trova a solo pochi km dal centro, proprio in riva al lago Michigan. E’ il Milwaukee Art Museum, il più importante museo del Wisconsin,  dedicato all’arte Europea ed Americana dal XV secolo ai giorni nostri che conserva lavori, tra gli altri, di Miro, Rothko, Rodin, Degas, Monet, Picasso e Monet.  Iil museo è famoso a livello internazionale soprattutto per il suo complesso architettonico formato da tre edifici in cui spicca il celebre Quadracci Pavilion progettato dallo spagnolo Calatrava. Impossibile perderselo,  anche per godere del bellissimo quartiere che lo circonda che oltre al complesso museale propone anche un bel parco.

Millwaukee Art Museum - Quadracci Pavilion
Millwaukee Art Museum – Quadracci Pavilion
Juneau Park
Juneau Park

Ma Milwaukee non è solamente la città di Happy Days, è ben altro. All’interno di Milwaukee c’è una città nella città, un intero quartiere dalla gradazione alcolica, la Miller Valley. E’ proprio qui  infatti che si produce la famosa birra americana. Attraverso un tour guidato è possibile visitare la fabbrica, vedere e apprendere tutte le fasi della produzione, visitare il museo, addirittura interagire con l’ologramma del fondatore Mr. Miller e infine gustare gratuitamente ben tre pinte di birra dal gusto differente.

Ingresso Miller Valley
Ingresso Miller Valley

Milwaukee è soprattutto la capitale dei patiti delle due ruote, la città dell’Harley Davidson.  Anche qui è possibile visitare il museo, davvero imperdibile anche per i non appassionati. Moto di tutte le epoche, di tutti i tipi, per tutte le necessità e per tutti i gusti, ma anche carene, particolari, e tutto quanto può in qualche modo stupire il visitatore. Qualcosa di straordinario.

Una delle esposizioni dell'Harley Davidson Museum
Una delle esposizioni dell’Harley Davidson Museum

Happy days quelli trascorsi da me a Millwaukee che per me è stata anche: mangiare Jambalaya da Cheescake Factory, suonare uno strumento o giocare a guitar hero da Best Buy, girare per centri commerciali, mangiare hamburger da Fuddrucker’s , visitare il Miller Park (stadio di baseball), fare quattro salti al Victory’s, guardare dal vivo le partite di hockey sul ghiaccio degli Admirals  e dei Buick in NBA, e mangiare da Carini’s, il ristorante dello “zio” Pietro,  un mio conterraneo conosciuto casualmente  sul luogo che mi ha “adottato” per un paio di giorni facendomi sentire a casa. Niente di sconvolgente, me ne rendo conto,  ma una volta che vi trovate lì perché non provare a fare anche questo?

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